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Tra Spopolamento e Resistenza.

La vita ci insegna che la meraviglia è nell’istante, e noi Acresi questo è da un po’ che lo abbiamo capito, perché da anni, ormai, è di istanti di popolosità che viviamo. C’entrerà qualcosa un tessuto economico che non cresce da decenni, una struttura sociale che antepone la fedeltà e le relazioni al merito, un apparato statale e un sistema fiscale capaci di scoraggiare qualsiasi velleità imprenditoriale, ma sta di fatto che ogni giorno una serranda si chiude, ogni mese diminuisce il giro di boa di eventuali ritentri, ogni anno il numero dei ragazzi che parte per l’Eldorado del ricco Nordest italiano aumenta, e le nostre strade ritornano silenti. Io penso che sia necessario mettere in giro delle buone dicerie su questi nostri luoghi, sembrerà paradossale, ma credo che servano più fiori che opere di bene. Abbiamo mai provato a fare la stessa osservazione da un altro punto di vista? Da quello di chi parte per esempio. Ci siamo mai chiesti quanto coraggio richieda andar via? Non sempre è fuga, spesso vera necessità. E ti chiedi chi stai diventando più che dove stai andando, perché quando parti, più che muoverti verso una destinazione, vai verso un destino, il tuo. Il radicamento alla terra, specialmente a quella natia, costituisce il primo scenario su cui allestire la trama della nostra narrazione. Se immaginassimo di scrivere il primo capitolo della nostra storia probabilmente partiremmo proprio da lì, dove tutto è iniziato, dalle prime memorie, dai primi episodi vissuti, dalle prime percezioni di noi stessi e del mondo. Nel lungo e complesso percorso che porta alla costruzione dell’identità personale diventa fondamentale il legame con quelle coordinate geografiche che, per prime, ci hanno ancorato a un luogo dapprima solo fisico, poi intrapersonale ed infine interpersonale. Proprio perché questo legame va oltre qualsiasi riferimento di spazio o di tempo, ci appartiene imprescindibilmente; possiamo aver viaggiato molto, aver considerato “casa” molti luoghi e lasciato un pezzetto di noi nei tanti territori esplorati ma, il sentimento che ci lega alle origini è presente e intenso più che mai. Quando, per circostanze di vita o per assecondare il bisogno di essere cittadini del mondo, si preparano le valigie e si abbandonano i luoghi cari e familiari, necessariamente si lascia anche una parte di sé, un frammento della propria persona che continua a vivere in quegli stessi ricordi. Diventa comprensibile, pertanto, percepire la nostalgia e sentire la mancanza di quella parte di sé. A volte questo legame, riportando nel passato, può far sembrare le nuove sfide ardue ed ostili per il senso di estraneità che trasmettono. Ma mantenendo il sottile intreccio di fili che ci ancorano al nostro inizio nel mondo è possibile sentirsi meno soli e disorientati nel difficile compito di abitarlo e conoscerlo o, più semplicemente, conquistarne un piccolo angolo. Che cos’è questo paese natale per noi che parliamo di nostalgia facendo riferimento a un tempo, più che a uno spazio o a un luogo? Nostalgia del tempo passato, del nevermore. Dolore del non-ritorno, rifiuto del cambiamento per ciò che esso distrugge, rabbia impotente davanti al tempo devastatore, al tempo che non si limita a passare, che annienta. Non è il passato che il nostalgico idealizza, non è al presente che volta le spalle, ma a ciò che muore. Il suo augurio: poter trovare ovunque – che egli cambi continente, città, mestiere, amore – il proprio paese natale, quello dove la vita nasce, rinasce. Il desiderio che la nostalgia reca in sé non è tanto il desiderio di un’eternità immobile ma di nascite sempre nuove. Allora il tempo che passa e distrugge cerca di mutarsi nella figura ideale di un luogo che resta. Il paese natale è una delle metafore della vita. Per chi va via, il viaggio di ritorno è anche un obbligo morale, oltre che un evento dato per scontato: «il neostos» rappresenta quindi un’esperienza integrante della vita dell’emigrato, anche perché sotto la pressione di questa esperienza i partecipanti vengono a doversi confrontare con conflitti inattesi e sentimenti complessi sulla propria identità di appartenenza e lealtà di territori. Superate le prime visite, quelle in cui si deve dimostrare di aver fatto fortuna, di aver conquistato uno status economico che ha il forte sapore della rivalsa, restano i vuoti, quelli che si chiamano così ma che sono pieni di tante cose, di mancanze, di assenze, di perdite, di guadagni, sono istanti, è vero, ma anche chi parte vive di questi, non solo chi resta.

A volte questo legame, riportando nel passato, può far sembrare le nuove sfide ardue ed ostili per il senso di estraneità che trasmettono. Ma mantenendo il sottile intreccio di fili che ci ancorano al nostro inizio nel mondo è possibile sentirsi meno soli e disorientati nel difficile compito di abitarlo e conoscerlo o, più semplicemente, conquistarne un piccolo angolo. Che cos’è questo paese natale per noi che parliamo di nostalgia facendo riferimento a un tempo, più che a uno spazio o a un luogo? Nostalgia del tempo passato, del nevermore. Dolore del non-ritorno, rifiuto del cambiamento per ciò che esso distrugge, rabbia impotente davanti al tempo devastatore, al tempo che non si limita a passare, che annienta. Non è il passato che il nostalgico idealizza, non è al presente che volta le spalle, ma a ciò che muore. Il suo augurio: poter trovare ovunque – che egli cambi continente, città, mestiere, amore – il proprio paese natale, quello dove la vita nasce, rinasce. Il desiderio che la nostalgia reca in sé non è tanto il desiderio di un’eternità immobile ma di nascite sempre nuove. Allora il tempo che passa e distrugge cerca di mutarsi nella figura ideale di un luogo che resta. Il paese natale è una delle metafore della vita. Per chi va via, il viaggio di ritorno è anche un obbligo morale, oltre che un evento dato per scontato: «il neostos» rappresenta quindi un’esperienza integrante della vita dell’emigrato, anche perché sotto la pressione di questa esperienza i partecipanti vengono a doversi confrontare con conflitti inattesi e sentimenti complessi sulla propria identità di appartenenza e lealtà di territori. Superate le prime visite, quelle in cui si deve dimostrare di aver fatto fortuna, di aver conquistato uno status economico che ha il forte sapore della rivalsa, restano i vuoti, quelli che si chiamano così ma che sono pieni di tante cose, di mancanze, di assenze, di perdite, di guadagni, sono istanti, è vero, ma anche chi parte vive di questi, non solo chi resta.

EMMEGI’ FERRARO

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4 Risposte

  1. Letizia ha detto:

    È bello leggerti e rileggerti, perché nell’era delle chat, di whatsapp dei “vocali” stiamo perdendo l’abitudine di leggere e capire quello che si legge, ma soprattutto riflettere! Riflettere sul messaggio, sul valore del contenuto! Grazie EmmeEGi

  2. MARIA GABRIELLA FERRARO ha detto:

    Grazie a te Letizia. Lusingata. Ho sempre creduto nell’importanza delle parole ( e dei silenzi quando queste sono superflue) ma soprattutto nell’uso delle stesse. Ancora grazie. Emmegì Ferraro

  3. Franca Azzarelli ha detto:

    Conosco le capacità comunicative della professoressa Ferraro e la sua grande abilità e destrezza a passare da uno stile scherzoso o para scherzoso, a un altro serio e persino drammatico, vedi i due articoli pubblicati su acrinews, assecondando Il suo modo di essere e il suo vivere con disinvoltura le varie sfaccettature di vita. Comunque vorrei azzardare con lei una proposta: perché nn raccontare qualcuna delle sue molteplici esperienze culturali, quale, ad esempio, quella dell’Esperanto, che so aver ripreso di recente con entusiasmo? Brava, Emmegi’

  4. MARIA GABRIELLA FERRARO ha detto:

    Brava Tu Franca, per tutto quello che hai saputo darmi, per i tempi ed i modi in cui lo hai fatto, per gli esempi e le lezioni di vita, sono cresciuta con tutto questo, spero solo di lasciare un’eredità importante ai miei alunni così come hai fatto Tu con me. Sei un pezzo importante di me, ma questo lo sai già. La proposta mi piace, racconterò volentieri quanto formativo sia stato per me l’Esperanto. Baci. Emmegì

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