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La tela di Penelope

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Come fossero in realtà le eroine del mondo classico ce lo siamo sempre chiesto, le abbiamo accostate un po’ alle dee nella nostra immaginazione, ma non so quanto abbiamo reso loro onore al merito: Venere, la dea della bellezza, era piuttosto in carne e per lo più strabica, Diana era selvaggia come i boschi in cui amava vivere, Minerva è venuta fuori dalla testa di Zeus già armata di lancia ed elmo (ché saggia com’era sapeva già che si sarebbe dovuta difendere tanto dagli uomini quanto dalle belve!!!) però le abbiamo sempre ammirate per il coraggio e la forza delle loro azioni e dei loro sentimenti. Da Medea ad Alcesti, ad Elettra, Didone, ad Elena (e su di lei il gossip si spreca) ma su tutte Penelope merita l’oscar. Vent’anni, venti ha aspettato l’uomo che amava. E passi che i Proci erano tamarri e brutti, e passi che ad Itaca il turismo non offriva granché e quindi poca gente in estate e nei fine settimana, ma vent’anni sono una vita, una vita di attesa. Come ha fatto? Come ci è riuscita? Complice una tela e basta? E Ulisse intanto faceva il muflone con tutte: Calipso, Nausicaa, Circe, e altre starlette in giro per il  mondo e sulle spiagge più alla moda dell’Ellade. Lei ha continuato ad aspettarlo. Scrigno di un amore che non è invecchiato, che non è stato macchiato, che non è diminuito, che non è finito. Ha lasciato un’eredità pesante la bella itacese alle tante Penelope sparse sul globo terraqueo. Sostituita la tela con l’ iphone, svecchiata la pettinatura, outfit all’ultimo grido e voilà la pazienza si è attualizzata, è entrata nell’era moderna, fedele alle peculiarità ataviche che la contraddistinguono da sempre. Quante sono le donne che aspettano che un uomo ritorni da loro? Fiduciose, convinte, “come color che son sospesi”, ma sempre in attesa.  Ché poi sono delle inguaribili romantiche, e per le sentimentali i ritorni hanno un loro perché … quasi come le mode, i saldi, le bollette. Non conoscono il verbo andare, sono rimaste al verbo opposto tornare. Come suona bene ‘tornare’, non si torna mai per caso, (ché per tornare devi conoscere la strada), chi se ne va, spesso, non sa dove vuole arrivare, mentre chi torna lo sa, sa dove sta andando e perché. Si torna solo dove si sta bene, si torna da ciò che manca, si torna da chi non si riesce a dimenticare. Si torna se non si è potuti rimanere ma non si può rinunciare. Si potrebbe opinare però, con un semplice  “ma chi ama resta” che rimane inascoltato, snobbato:  restare è un fermo immagine, è immobilità. E in fondo che importa. Che importa dove vanno, se comunque poi tornano? Che importa quanto si aspetta se ogni volta che tornano fanno dimenticare di essere andati via? Non si può costringere nessuno a restare. Non possono essere rete, non possono trattenere, allora preferiscono essere riva, il luogo dove vale sempre la pena tornare. E a queste condizioni chi è tanto fesso da non farci almeno un pensierino? Magari dopo aver fatto il giro dei sette mari, dopo aver copulato con tutte quelle che respirano, (ciuati fermi, convinti che si possa fare sesso con chiunque), dopo essersi riprodotti, dopo vari tagliandi e messe a punto (e comunque l’infarto viene a chi un cuore ce l’ha, gli stronzi possono stare sereni), prima della vera e propria rottamazione forse ritornano, meglio un garage sicuro che un inverno al freddo e al gelo. Ma che sapore ha poi il ritorno? Un po’ quello del piatto riscaldato, fossero anche fusilli sempre ripassato due volte è, quello della pizza fredda, della birra calda, dei rustici dell’aperitivo di mezzogiorno che i bar di quart’ordine ti propinano alla sera. Ma sono tutti uguali i ritorni, si può o no fare un distinguo con cui autoassolversi e riconoscere le attenuanti generiche? Ne dubbio pro reo: certi ritorni però sono come inizi, ché quando una storia, un amore non lo si è vissuto, non lo si è fatto proprio, è un po’ come cominciare da dove il principio è mancato, e forse il sapore sarà diverso. A volte per capire bisogna fare un passo indietro. Bisogna imparare a rispettare i tempi e i modi dell’altro. Per non fare male. Per non farsi male. Imparare che tutte le cose hanno il loro tempo, soprattutto quando non sono cose. Ad un paio di occhi tristi bisogna fare meno domande e regalare più sorrisi, perché sanno che le fiabe esistono, ma sanno anche che è il lieto fine che manca, ché quando si recita “… e vissero felici e contenti …”  mica c’è aggiunto “insieme”.

Emmegì Ferraro

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