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La cattiveria misura gli altri col proprio metro

“Perché l’altrui misura ciascun dal proprio core, confonde il nostro errore la colpa e la virtù.” Attuale più che mai compa Pietro, ognuno misura gli altri col proprio metro, aveva ragione, era ed è ancora così. Quello che gli altri pensano di noi, riflette ciò che sono loro, non chi siamo noi. Giudicare le persone equivale ad osservare un personale stato di sofferenza spostando solo il punto di vista. Tutti sappiamo quanto importante sia la misurazione, è grazie ad essa che, attraverso i secoli della civilizzazione abbiamo raggiunto l’incommensurabile e l’impercettibile, ma usare solo il proprio e personale metro di misura con gli altri non è né saggio né intelligente. Il guaio è che l’essere umano ha una grande capacità di negare i problemi che lo colpiscono. Spesso, pur avendo la realtà di fronte ai suoi occhi, ha la presunzione di negarla. A volte per paura, a volte per vergogna, a volte, invece, per cattiveria. Vi siete mai fermati a riflettere sulla cattiveria? Vi siete mai chiesti che cos’ è la cattiveria e come un individuo possa essere crudele o cattivo, e quanto spesso capiti di essere “cattivi”, duri, intolleranti? Capita spesso, troppo spesso. La cattiveria, i cattivi sono solo persone povere dentro, condannati all’infelicità. La cattiveria è arroganza, presunzione, è frustrazione, insoddisfazione, ma più di ogni altra cosa è infelicità, nasce da sentimenti negativi come la solitudine, la tristezza e la rabbia. Viene da un vuoto dentro, da un’ insoddisfazione. Chi esprime cattiveria ha bisogno di esserlo per sentirsi gratificato, le loro azioni cattive hanno lo scopo di soddisfare l’Io. Lo sguardo e la mente sono sempre  attenti e vigili, chi è cattivo calpesta ogni valore, qualsiasi morale, persino la propria dignità. La cattiveria  mi fa paura, quasi quanto la malattia, quanto la solitudine, perché  isola dal mondo, fa crescere dentro, e riflettere fuori,  un sentimento di odio profondo, capace di far  perdere lucidità,  non fa vedere, non fa sentire, non  fa capire, e prima di tutto fa male a se stessi. È cattiveria carpire la buona fede degli altri, tradire un dolore, una confidenza, un momento di difficoltà. È cattiveria usare la debolezza delle persone e farne un proprio punto di forza. È cattiveria giocare con i sentimenti degli altri, sminuirli, bistrattarli e ridicolizzarli, portarli alla mercé di chicchessia. È cattiveria far passare un proprio pensiero per quello di altri, per vero, per buono, per giusto. È cattiveria pensare che gli altri siano in grado di far del male gratuitamente sol perché tu ne sei capace. È cattiveria ferire gli altri diversi da noi, migliori, più buoni di noi, più veri, più puliti di noi, mortificare ed offendere l’intelligenza e la sensibilità degli altri sol perché non se ne posseggono di proprie. È cattiveria alzare muri contro e far crollare ponti verso. Non fa vivere meglio tutto questo, non riempie vuoti, non sana insoddisfazioni, non regala rivalse, non colma né mancanze né bisogni. Non risolve inadeguatezze, non cancella limiti ed incapacità, non appaga frustrazioni. Soltanto imbruttisce di più. Inaridisce di più. Svilisce di più. E soprattutto, ha effetto boomerang. La vera cattiveria è fingersi buoni, la più crudele è fare del male alle persone che ci vogliono bene.  E come ti difendi? Non si può. Siamo impotenti e disarmati davanti alla cattiveria. A disarmarci non sono le vuote parole scagliate come sassate da pulpiti ingrati, piuttosto la consapevolezza di avere dedicato carezze a chi non ha saputo fare altro che profanare il più profondo di tutti gli affetti umani, il rispetto.

EMMEGI’ FERRARO

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