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A forza di guardare altrove stiamo diventando sordi.

Tra i tavolini del bar, l’ennesimo ragazzo nero offriva rose ma nessuno lo ha preso in considerazione. L’altra sera, mentre consumavo un aperitivo in un noto locale cittadino, passava tra i tavolini un ragazzo nero che offriva le sue rose, due signori non hanno alzato lo sguardo dal loro piatto dell’happy hour, una madre ed un figlio hanno continuato a mangiare i loro tramezzini ed i loro cocktail senza lasciare mai i loro rispettivi schermi, lui un gioco, lei il suo smartphone, tre giovani uomini con tre birre davanti condividevano una scena registrata sul telefonino di uno di loro e ridevano di una ragazza che non era presente. E anche il cane, ai piedi di un tavolino, non lo ha degnato di uno sguardo. Il ragazzo nero, vent’anni, occhi arrossati, pantaloni azzurri e maglietta bianca, probabilmente nigeriano come la maggior parte di quelli che lavorano nel racket dei mendicanti, continuava con cantilena automatica da un tavolino all’altro, senza minimamente preoccuparsi di quel vuoto che lo circondava, ignorando anche lui, a sua volta, l’indifferenza dei due signori, della madre col figlio, dei tre giovani uomini con le birre, e pure del cane. Ma senza desistere dalla sua personale catena di montaggio quotidiana. E avanzando zoppicava, e zoppicando piegava la testa da un lato, pronunciando frasi che sembravano sempre più drammatiche : “ Ti prego, ho fame “ “ Ti prego, mi aiuti? “. Ma senza emozioni. Senza aspettarsi nulla nonostante l’enormità di quell’ ho fame detto in mezzo a gente che mangiava, beveva, guardava sempre altrove. Solo che il tono era meno allarmante delle parole, strascicato dal caldo, mortificato dalla routine. Una recita senza spettatori. La finzione di un dramma senza dramma. Anche se la scena di un ragazzo rimbalzato nel vuoto pieno di quegli sguardi era un dramma di per sé. Un frammento di teatro di ombre in piena luce. Viene da pensare a quanti di noi, nelle piccole e grandi inquadrature delle città, sin dalle prime ore della sera, hanno imparato a viaggiare dentro quella medesima condivisa indifferenza. Ed a quanti ragazzi, di indefinibile età, stanno crescendo abituati dai loro genitori, a non vedere, a non sentire quelle interferenze umane, anzi, non del tutto umane, che compaiono e popolano i locali della città, quelli ben frequentati, non so poi come si ben frequenti un locale, ma tant’è, così consuete da diventare mute come un arredo urbano. Invisibili agli occhi, sorde al cuore. Che adulti diventeranno? Sapranno un giorno scavalcare i muri che oltre a difenderli li hanno imprigionati? Oppure rimarranno perfettamente conclusi nel loro nuovo isolamento in mezzo al mondo conosciuto che ignora lo sconosciuto? Nessuna marginalità umana è mai stata così negletta. Tanto più che questa clamorosa indifferenza convive con i tamburi dell’allarme sociale che non smettono mai di rullare, di ricordarci la nostra sovranità, i nostri confini facendoci dimenticare l’euro della carità. Papa Francesco dice che bisogna sempre guardare negli occhi chi chiede, per dirgli che ci siamo accorti di lui, che il nostro dare non è solo un gesto distratto, un fastidio da evitare. Centinaia di sindaci, da Nord a Sud, isole comprese, hanno dettato ordinanze anti – mendicanti in nome del pubblico decoro, del fastidioso insistere, della tranquillità dei turisti in vacanza, invocando persino la difesa dello spazio pubblico, che se così fosse, dovrebbe essere anche loro, dei mendicanti. Ma a parte tutto, mi preoccupa questa sovrana indifferenza, un allenamento mentale che stiamo adottando per rimanere lontani  anche quando stiamo seduti. Il ragazzo nero ha finito il giro dei tavoli e nessuno gli ha dato retta. Provo a chiamarlo, non se ne accorge, non mi sente, se ne vanno, lui e il cane. Il cameriere si avvicina e mi dice “ Tanto torna, torna sempre”, non so se riferisse al ragazzo o al cane. E forse poi tutta questa differenza non c’era. Siamo tutti viaggiatori di mondi privati sull’uscio dei quali abbiamo appeso i cartelli “non disturbare”.  Tutti addestrati a non provare nulla per paura di provare qualcosa.

Emmegì Ferraro

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