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Come si spiega l’amore?

Sono tutti bravi a dichiaralo con citazioni di scrittori famosi, canzoni romantiche, cioccolatini con la carta argentata o mettendo foto in vetrina spalmandoci sopra quei semplici “ti amo” così ridicoli da dare troppa importanza alla parola e poco al significato, in qualche lotto di Via Popilia fanno i cartelloni. Io non lo so come si spiega l’amore, ma so come non si finge (e mi pare già na cosa bella). Per spiegarlo gli devi dare un inizio. E quando? Forse quando è più facile dire addio che rimani, quando puoi avere tutto ma ti accontenti di niente, quando capisci di dover cogliere l’attimo soltanto nel momento stesso in cui è fuggito perché forse l’amore ti salva da te stesso. Come si fa a spiegare l’amore? Forse è un giorno qualunque di pioggia, senza la voglia di uscire, con la stanchezza negli occhi e tanta voglia di leggerezza. Forse assomiglia a quella persona che ti raccoglie da quell’angolo di solitudine mentre te ne stai lì, con le mani tra i capelli, non te ne accorgi neanche di quello che sta succedendo, sai solo che per la prima volta, dopo mesi, sorridi di nuovo. Sorridi per occhi che non hanno nessun colore particolare, per qualcuno che ti fa stare davanti allo specchio senza dover chiudere lo stomaco. Forse c’è amore quando quella persona non diventa il tuo piano B, ma quando anche i suoi silenzi sono casa tua, quando non hai bisogno dell’altro per un riscatto sociale ma perché senza di lui/lei tu non sei lo stesso/a, poco importa se in mercedes o in furgoncino. Il guaio è che nessuno più ci crede nell’amore, tutti impegnati a gareggiare con centimetri, numeri, prestazioni, indici di gradimento filtrati attraverso un metro di misura che è un letto e non un cuore. Tutti in chat a fingere di essere ed a sperare di non essere più (soli), a millantare ruolo, posizione e posizioni, a promettere mari e monti, quattro stagioni o una sola, margherita o aragosta, (manco fossimo in un ristorante) mentendo sapendo di mentire, ché le uniche cose che ti puoi permettere sono gazzosa e pop corn. E vabbè che siamo stati tutti bruciati, delusi, traditi, feriti, ingannati, ma mica non beviamo più perché una sera abbiamo preso una prucca seria, stiamo lontani per un po’, è vero, ma poi il bicchiere lo riprendiamo nuovamente in mano. Perché non crediamo più negli amori semplici? Quelli che profumano ancora di carta e penna (ché le poesie, quelle vere, non sanno mentire), quelli che non hanno bisogno di baciarsi in mezzo alla gente perché le labbra più belle si vedono chiudendo la porta, quelli che si mettono i soldi da parte per comprarsi un divano nuovo e si dicono “non regaliamoci nulla a Natale”, ma poi qualcosa da scartare lo trovi sempre, che sia una lettera, una pizza dentro ad un cartone o una semplice risata. Forse l’amore è casa, il profumo del sugo sui fornelli, il rubinetto rotto del bagno, il salame smangiucchiato in frigo, la tazza di caffè sopra il lavandino, è aspettare ed aspettarsi, le più belle parole d’amore sono quelle che si dicono senza voce, quando ci si abbraccia ché si ha voglia di farlo e si è lì perché solo lì si vuole stare, quando le riempi il bicchiere di vino, quando a letto le lasci il secondo cuscino, quando baci all’improvviso, quando apri il barattolo di Nutella e non smetti mai di dire quanto bella è la persona che guardi sorridendo. Se è vero che il dolore ci cambia, l’amore ci rende sicuramente persone migliori. E allora anche se ci fosse un terremoto, una guerra improvvisa, la carestia di rum e di cornetti, l’invasione di cavallette giganti, una catastrofe apocalittica, uno tsunami, continuiamo ad amare ché forse c’è amore quando ci si  aspetta al di là della rabbia e un passo avanti all’orgoglio, quando non ci sono rimpianti, rimorsi e paragoni (là da mò che non ami più) quando si costruiscono momenti senza avere la voglia di correre, ma ci si tiene negli occhi e si parte insieme, non importa per dove, ma insieme. Allora forse l’amore non si spiega, l’amore, si fa.

Emmegì Ferraro

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