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Non si può amare un uomo se non lo si stima

Non si sceglie di chi innamorarsi è una frase brutta, per un po’ potete essere d’accordo, ma poi basta. Non si sceglie per chi prendersi una cotta, non si sceglie per chi perdere la testa, o con chi vivere una passione trasgressiva, sono sensazioni prepotenti ed improvvise, accadono quando meno te lo aspetti, non c’è gradualità nell’accadere delle cose. Le cose quando capitano, capitano. E non è nemmeno che puoi accompagnarle,  impedire che ruzzolino trascinandosi dietro un po’ di cose. Non si possono far andare piano le cose che capitano. Non si possono controllare o gestire. Nemmeno capirle, si può. Ma ad innamorarsi ci vuole tempo, e certo che si sceglie. Ogni santissima mattina si sceglie. E il giorno dopo si ricomincia. E ogni sera. Pensare che non lo avete scelto vorrebbe dire sminuirlo, ma la candela deve valere il gioco, vi deve rendere fiere di lui ogni giorno, ché se l’avete scelto, è perché lui è meglio degli altri, per voi. Pecchì cume illu un cinn’é. Non è come, non è più, non è meno. Semplicemente è. Perché è meglio della vostra amata solitudine. Della vostra malinconia. Dei vostri libri. Dei vostri film. E’ meglio. Ma lo dovete stimare, non si può amare un uomo se non lo si stima, se lo si considera un mediocre. Peggio se lo si biasima. Dovete guardarlo come fosse un eroe, per il semplice fatto che è una bella persona. Dovete potergli stare al fianco altere, perché è esempio, impegno, attenzione, amore, sensibilità, sorpresa e sicurezza. La stima è il bene supremo di una relazione, è il fondamento del rapporto a due. Quando l’amore è mosso dal bisogno, da dinamiche irrisolte, da proiezioni, la stima non è per nulla in gioco: si può amare disperatamente una persona, senza accorgersi della totale assenza di stima che si ha per lei. Perché l’amore sbilanciato è spesso protettivo per l’amato e miope per l’amante: è l’amore di un genitore, non di un pari. Se non lo stimi, se si sporca con ciò che è sporco e con quello che ha sporcato, se lo guardi con pena meglio ca tinni và, la disistima è potente, allontana, mette barriere, chiude le porte. Manco li leggete più i suoi occhi, non perché non parlano, ma perché trovate indifferente quello che c’è scritto dentro.  Però sono in tanti ad accontentarsi, sapimi pecchì? Accontentarsi di qualcuno per non stare più da soli è come mangiare un’insalata quando hai troppa fame, come il mare in cartolina, come una maglietta troppo leggera per il freddo che fa, come un laccio per capelli troppo piccolo, di quelli che resta sempre fuori qualche ciocca, è come quando esci ma non puoi bere ché il giorno dopo è lavorativo, stativi alla casa, è meglio. Però poi, inevitabilmente, a prescindere dai tempi, cà ognuno tena li sua,  cominciate ad aumentare la distanza, fate scattare nelle vostre menti gli addii peggiori, ché le storie vere quelle importanti non finiscono quando due si lasciano, quella è la forma, l’apparenza, le storie vere finiscono quando due smettono di stupirsi, quando smettono di ridere come cretini, anche nei momenti in cui non si potrebbe o non si dovrebbe, le storie vere finiscono quando non ci si annusa e non ci si respira più, quando gli abbracci non sono più un incastro perfetto, quando si crea lo spazio, che inevitabilmente accoglierà una terza persona, le storie vere finiscono quando ci si spoglia da soli, quando, facendo l’amore non si cercano più le dita dell’altro per intrecciarle con le proprie, quando le ingerenze esterne infastidiscono, quando si dice “io” invece di “noi”, quando si fa confusione tra mancanza, assenza e distanza, le storie finiscono se l’altro ti delude, se dell’altro non hai più né stima né rispetto. E chi tinni fa e uno che non stimi? Certe donne commuovono per il modo in cui si sforzano di essere felici: si muovono tra scuole, bimbi, supermercato, un marito noioso o incurante o distratto da altro o da un’altra, ma loro continuano ad andare, a correre, magari si comprano un vestito nuovo, un bel paio di scarpe o una borsa, si truccano, sempre alla ricerca ininterrotta, tenace e coraggiosa di un po’ di felicità; certe donne scrivono lettere che non spediranno mai, amano troppo, amano male anche le mani che non vengono usate per le carezze, anche i baci che son solo baci e nulla più, i messaggi con la lista della spesa e senza intesa, lo spazio al centro del letto e le cene davanti alla tv. Certe donne sono cattive costruiscono la propria felicità o tessono trame sulla sofferenza di altre donne, certe donne poi sono un’altra razza abbandonate, tradite, deluse, trafitte da un dolore, con l’uomo sbagliato addosso o accanto si fermano un po’ ma poi sollevano il capo e vanno avanti, sono state svuotate e rese aride ma si rialzano sanno che ogni gesto, ogni parola ha conseguenze, ma ogni silenzio anche, sono maestre di dignità certe donne. Il problema non sono gli amori finiti, non sono gli amori che ancora devono iniziare, le lacrime versate, le notti in bianco, gli occhi lucidi, le telefonate, i messaggi che non andrebbero inviati (consiglio spassionato: dopo il terzo negroni consegnate il telefono ad un’amica, cussì un faciti danni) i ricordi insopportabili, foto che fanno piangere, promesse mai onorate,complimenti diventati pugnalate, l’autostima distrutta l’impotenza, la rabbia. Il problema sono tutti quegli amori che non sono amori, ma che continuano imperterriti, in assenza di altro, in assenza di stima, di rispetto e di coraggio. Il problema sono tutte le persone che non sono né infelici né felici. Il problema sono tutte quelle persone che non lottano, che si sono ormai convinte che un amore vale l’altro e quindi hanno deciso di lasciar perdere, di prendere quello che viene senza farsi troppe domande, il problema sono quelle persone che la sera fanno sesso con chi hanno accanto e non piangono più nonostante il vuoto enorme che sentono in mezzo al petto. Non piangono, dormono, Non ci pensano. Meglio non pensarci, tanto l’amore finisce e chi ve lo fa fare? Il problema sono loro, sono loro che hanno più bisogno d’aiuto. L’amore è neatra cosa. E lu sapiti cà chissa d’è.

Emmegì Ferraro

 
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