Il nostro popolo e la sua determinazione contro soprusi e prepotenze

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Rovistando tra vecchie annate di “Confronto”, abbiamo trovato due detti popolari bellissimi, che ci piace riproporre ai nostri lettori, perché si adattano bene a una molteplicità di situazioni, per la loro freschezza e la loro viva attualità.

Personalmente, sposiamo il loro messaggio in pieno, riconoscendo in essi una filosofia di vita, che non esitiamo a sottoscrivere, avendo puntualmente, nel nostro percorso esistenziale, restituito al mittente qualsivoglia forma di attacco provocatorio e strumentale. I provocatori e i loro manutengoli non ci hanno mai impensierito, anzi! E, storicamente, abbiamo sempre riservato loro le risposte che meritavano.

Di seguito i due canti:

“ ‘Nu juornu fu apprezzàta da mia pella                 “ Un giorno fu apprezzata la mia pelle,

De unu ch’ ‘u’ vadia ‘nu tri cavalli*                              Da uno che non valeva nemmeno tre cavalli *

Tutta da notti ammodàva curtella,                             Tutta la notte affilava coltelli,

diciennu ca de mia vodia ‘na spalla.                            Dicendo che avrebbe voluto una mia spalla.

Ma ij’ ‘u’ mi spagnu no’ de ‘ssi curtella,                       Ma io non ho paura di questi coltelli,

cà sud’ ‘a morta mia sarà ‘na palla.                             Che l’unica mia morte sarà una palla.

E s’ha’ coraggiu, scinni a ‘ssa vinella,                          E se hai coraggio, scendi in questo vicolo,

quantu ti fazzu russu ‘na taccaglia.”                           Che ti faccio rossa (sanguinante, ndt) una ferita”.

*moneta napoletana, di epoca borbonica, di scarsissimo valore, con l’effige di tre cavalli.

Allu munnu de oji nugnuni parra,                               “ Al mondo d’oggi ognuno apre bocca,

ma sup’ ‘a vita mia nun c’è chi diri.                             Ma sulla mia vita non c’è nulla da dire.

Chi mi mina de cuozzu e chi de tagliu                        Chi mi colpisce di taglio e chi di piatto,

E chin’ ‘e punta mi mina ppe’ moriri.                         E chi di punta mi colpisce per ammazzarmi.

Ma m’àj’ ‘e fàri ‘na danetta a maglia,                        Ma dovrò munirmi di una calzamaglia in ferro,

ppe’ riceveri ‘i corpi e nu’moriri.                                 Ricevere i colpi e non morire.

E mo’ chi signu mis’ a ‘ssa battaglia:                         E adesso che mi ritrovo in questa battaglia:

o combatteri e vinceri o moriri!”                                O combattere e vincere o morire!”

Massimo Conocchia .

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