Il “Super Santos”, simbolo di generazioni attempate.

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La nascita del Super Santos risale al 1962, grazie a Stefano Seno, un operaio della Mondo spa, che si ispirò alla vittoria del Brasile nei campionati del mondo. Si tratta di una sfera di PVC, di colore arancione e percorsa da strisce nere che riprendono lo schema dei vecchi palloni da calcio formati da strisce di cuoio.

Quest’oggetto sferico ha contraddistinto intere generazioni, quelle di molto antecedenti all’era dei computer e, più tardi, dei cellulari e di internet.

L’acquisto era, quasi sempre, frutto di una colletta. Diveniva un oggetto di gruppo. Trovarne uno vergine era raro: si scrivevano frasi di vario genere, da quelle che inneggiavano alla squadra del cuore, ai nomi dei proprietari, a frasi d’amore in qualche caso. Si trattava di un pallone particolare, pesante e con una traiettoria inversa rispetto ai palloni in cuoio.

Molti ricordi d’infanzia sono legati a quella sfera arancione. Chi scrive non brillava particolarmente nel calcio e, anche nei tornei universitari, gli toccava assai spesso il ruolo di guardalinee, l’unico nel quale poteva fare meno danni. Nei cortili davanti alle case popolari il discorso cambiava: in quei luoghi ognuno poteva sbizzarrirsi e calciare all’infinito quel pallone, almeno fino a quando non sopraggiungeva l’inquilino del primo piano, stanco delle urla dei ragazzi, e, aprendo il coltello tascabile, era capace di dividere in due emisfere perfettamente simmetriche quel pallone comprato con enormi sacrifici collettivi. Quell’evento traumatico, preceduto da un coro di “nooooo”, segnava la fine dei nostri giochi quotidiani, fino a quando una nuova colletta ci metteva nelle condizioni di ricomprarlo. Il “Super Santos”, visto con gli occhi offuscati di oggi, era molto di più di un pallone: era il simbolo di generazioni cresciute per strada, che vedevano nella socializzazione e nella condivisione una delle determinanti principali, un valore aggiunto alle loro giornate. Mettersi a studiare senza avere prima calciato un’oretta quel pallone era inconcepibile. Quella sfera diveniva metafora di un mondo in movimento, in cui l’incontro e lo scontro erano due facce di una stessa medaglia.

Le generazioni successive hanno abbandonato il “Super Santos”, si sono rinchiuse in casa davanti a uno schermo alimentato prima da un tubo catodico, poi da sofisticati software  che, man mano che li allontanavano dal cortile e dai loro coetanei, li isolavano, paradossalmente, proprio mentre gli fornivano strumenti in grado di connetterli col mondo intero. 

Davanti alle case popolari oggi regna sovrano un assordante silenzio. Mentre i nostri figli vivono isolanti e, spesso, incapaci di interagire con i loro coetanei e, domani, col mondo. 

Massimo Conocchia 

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