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Storia della medicina popolare in Calabria.


     
Ho letto con grande interesse e curiosità l’ultima pubblicazione di Giuseppe Abbruzzo e Massimo Conocchia, “La medicina popolare in calabria”, Edizioni Alimena-OrizzontiMeridionali, Cs 2019.

Un lavoro non solo pregevole per contenuti culturali, costruiti attraverso scavi profondi nell’antropologia del tessuto sociale di una intera Regione, quella calabrese in particolare, da parte di Abbruzzo, maestro indiscusso in quest’ambito culturale, ma un lavororeso ancora più completo e articolatodall’apporto di una ormai collau-data competenza biomedica, altamente specialistica, di uno studioso serio come Massimo Conocchia. Questi, pure giovanissimo, ha collezionato già numerose pubbli-cazioni che spaziano dalla medicina scientifica alla letteratura, alla stregua degli studiosi di razza, il cui spessore culturale non si limita a coltivare la propria attività professionale, sia pure di spiccato livello specialistico come la cardiochi-rurgia. In questa pubblicazione, scritta a quattro mani e suddivisa in due parti, intimamente legate l’una all’altra, Abbruzzo, autore della seconda parte, spazia con grande maestria nell’interno della nostra civiltà tardo-contadina, dimostrando fra l’altro che essa non è senza radici colte e frutto di improvvisazioni approssimative, ma è invece il portato di visioni del mondo che affondano saldamente le proprie radici nella raffinata cultura greco-latina.

Il testo infatti è ricco di rimandi ad autori dell’antico mondo classico.

Se Abbruzzo ci regala questo pregevole quadro della pratica medica popolare in Calabria; Massimo Conocchia, nella prima parte del libro, non manca di essere altrettan-to pregevole e incisivo nell’offrire al lettore uno spaccato storico della medesima pratica , colta nella sua evoluzione attraverso il tempo non solo in Calabria ma su scala nazionale ed europea, fornendo così al lettore precise e originali informazioni sulle scoperte fondamentali, che hanno dato alla medicina dignità di scienza, sottraendola alla magia degli stregoni; e Massimo Conocchia, attraver-so il suo raffinato stile narrativo ormai ampiamente collaudato, mette in grado il lettore, anche quello non addetto ai lavori, di capire come si è venuta a costituire storicamente l’attuale scienza medica speri-mentale, che corre lungo i binari della ricerca, attraverso cui l’intera umanità cerca di alleviare lo stato di malattia, fatta di sofferenze inaudite che da millenni affliggono l’uomo.

Devo confessare, a questo punto, che in questa lettura mi ha colpito particolarmente la serietà e l’amore con cui lo studioso Conocchia affronta il tema della miseria e della sofferenza, che le nostre genti hanno patito e patiscono ancora in fatto di assistenza medica, per la mancanza di adeguate strutture mediche e di ricerca in tutto il mezzo-giorno d’Italia, mancanza che si traduce quotidiana-mente nel calvario della migrazione nel Nord: ci siamo passati tutti, nessuno escluso, eppure non si muove foglia.

Ebbene, in quasi ogni scritto del nostro giovane Massimo Conocchia non manca questo grido di dolore, che è segno inequivocabile di un animo sensibile e attento ai bisogni dei più deboli di sempre.

Mi piace chiudere queste brevi note osservando che sarebbe stato certamente utile corredare il testo in esame di un indice di tutti i nomi che numerosi ricorrono continuamente nel lavoro. Vincenzo Rizzuto

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