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Il dono delle lacrime

Bata - Via Roma - Acri

Finalmente domenica, si disse Chiara, mentre tirava le tende per vedere che tempo facesse. 

Coperto. Nubi basse violacee poggiavano sui tetti d’ardesia del centro storico, sulla Torre, sul campanile, sulle colline di Montorfano riempendo tutto l’orizzonte. 

La tempesta era in arrivo. Un’altra. 

Due piccioni pettoruti in amore appollaiati sotto gli archetti fuligginosi della chiesa meditavano se alzarsi in volo. Le campane di Santa Maria straziavano l’aria chiamando i fedeli a messa. Un gruppo di ragazzini giocava a pallone nel cortile. Le sue fresie sonnolente dondolavano il capo alla ricerca di un’elemosina di sole per sbocciare. 

Anche lei avrebbe gradito una giornata di sole dopo l’estate australiana, tre giorni ininterrotti di pioggia padana e un quarto in arrivo. E invece il tempo incoraggiava il mal di testa a prima mattina, complici il jet lag e la cena del sabato sera con Alfio alla Trattoria Jasna a base di cevapcici.

Che strana sensazione! 

Si sentiva ancora brilla, la testa vuota e vergine, come se si fosse liberata del peso di ogni pensiero. Però malgrado il mal di testa era felice perché le cose finalmente si stavano aggiustando. 

C’era voluta l’Australia per ritrovare una grande intesa col figlio. La lontananza era servita a capire che l’amore non era una guerra ma un’opportunità, e che nella vita di un individuo potevano perciò esserci diverse forme d’amore e una non escludeva l’altra, era solo legata adun’altra persona, ad un’altra occasione, ad un altro tempo. La sua debolezza era stata quella di pensare che l’amore materno dovesse trionfare su ogni altra manifestazione d’affetto, considerando inevitabilmente ogni donna che si avvicinava ad Andrea una guastafeste civetta e in casi estremi una nemica da abbattere. 

Ora invece lo sapeva, lo sapeva che l’amore vissuto come una passione esclusiva era solo una psicosi, che poteva portare alla disperazione, come era successo a Vinicio, il suo vicino di casa, che dopo nove anni sperava ancora che la moglie potesse tornare, perciò le teneva libero il parcheggio del condominio nell’eventualità che si rifacesse viva, e mentre lei probabilmente se la spassava gambe all’aria su qualche spiaggia con un altro, lui imbruttito, sciupato, occhietti marrone a mezz’asta, litigava con tutti, insultava i ragazzi che giocavano sotto le sue finestre, viveva incompagnia di un pappagallino in gabbia senza una goccia di sentimento per nessuno. Prigioniero lui, prigioniero il pappagallino. Che infelice accoppiata!

Per quanto sembri solida la nostra testa, rifletteva Chiara, basta una casualità per indebolirla e mandarla in tilt. 

Probabilmente Vinicio un giorno si sarebbe stancato di aspettare Ester e si sarebbe suicidato. 

Non voleva pensarci, non voleva intristirsi, era contenta lei dopo la splendida vacanza assieme ad Andrea e alla fidanzata coreana. 

Che bel viaggio, proprio un bel viaggio.

Le era piaciuto tutto: andare in bicicletta, cucinare assieme, osservare i piccioni becchettare sul davanzale della finestra, passeggiare in quegli spazi infiniti sotto un cielo che sembrava smaltato, in continuo movimento, con quell’eccesso d’azzurro traboccante da colorare pure le strade, gli alberi, il deserto, incrociando spesso nel loro andare animali pacifici, incuranti, beati loro, dei dolori e delle angosce degli uomini.

In Australia il panorama era immenso. Sembrava perfino eroico, come se ogni monolite, ogni eucalipto, ogni foresta avesse un senso di grandezza, di libertà, di vigore spirituale, da comunicare ai viandanti come lei. Non c’era stato un solo momento in cui non si fosse sentita abbracciata da questa natura ridente e gioiosa. Le erano passate perfino le sue irragionevoli ma infinite malinconie. 

Si era sistemato bene il figlio a Moonee Ponds. In meno di due anni si era completamente integrato, era diventato il braccio destro del titolare della ditta per la quale lavorava, e grazie all’ottimo stipendio aveva potuto affittare una casetta carinissima che condivideva con Mjinina.

Era adorabile Mjinina, risoluta, piena di grinta, sempre allegra e canterina. Proprio quello di cui aveva bisogno Andrea. E sapeva fare di tutto, anche lavori da uomo come spaccare la legna, riparare gli oggetti, usare lamotozappa. L’ultima sera le aveva preparato una festicciola con tanto di pietanze coreane e australiane. I dolci coreani in verità erano pressoché immangiabili, troppo miele e spezie, ma quelli australiani erano buoni, in particolare i lamington,  quadrotti di pan di Spagna farciti con marmellata e ricoperti di cioccolato fondente e scaglie di cocco. Pare che prima di andare in Australia a lavorare in quell’alpaca farm a Gympie non avesse mai fatto un dolce in vita sua, ora era diventata molto brava perché piacevano ad Andrea. 

“Ecco cosa fa l’amore, fa cambiare l’indole, impastarefrolle, mettere in bocca canzoncine stonate”.

Le luccicarono gli occhi al ricordo di quella sera, si allontanò dalla finestra e decise di infilarsi la tuta. La prima libertà della domenica. Niente vestiti da lavoro eniente trucco, seconda libertà della domenica. Forse non sarebbe uscita. Con quel cielo no. Avrebbe riordinato lo studio e montato la lampada di sale che le aveva regalato Loredana. 

Passò davanti allo specchio e si osservò. Col brutto tempo le venivano gli occhi belli, in quel noioso marrone dell’iride irrompeva un verde cangiante con minuscole pagliuzze di quarzo citrino che la rendevano interessante. Non sembrava nemmeno lei. 

Era incerta sul da farsi, lavarsi e mettere ordine? O lasciar perdere?

Il mal di testa la intontiva.

Guardò l’orologio a muro con l’aria inquieta di chi aspetta un segnale per prendere una decisione. Il suo ticchettio era l’unico rumore nel più completo silenzio della stanza.

Non le piaceva neanche un po’, era più un orologio da ufficio che da appartamento, le conveniva sostituirlo con quello del bagno dal quadrante floreale, che però era più rumoroso non avendo il vetro. Ma al momento non ne aveva voglia, lo avrebbe spostato l’indomani.  

Sedette in poltrona, si sollevò il ciuffo dal viso, lasciando ricadere le braccia in uno stato di completo abbandono. Chiuse gli occhi. In quella posizione il mal di testa si allentava, perciò restò immobile godendosi la tregua. 

Stava quasi per assopirsi quando le campane rintoccarono vigorosamente.

Riaprì gli occhi intorpidita, si raddrizzò guardandosi attorno. Osservò la libreria, le stampe botaniche, le monete ammonticchiate sul posacenere, i ninnoli appesi, e infine il portaritratti con la foto di sua madre. Nel palchetto in mezzo, fra l’effigie della Madonna del Carmelo e la bomboniera del matrimonio di Sergio.

Erano tre anni che era mancata.

“Ciao Carmen”. 

Che buffo. Per la prima volta la chiamò col nome di battesimo.

Era ancora in salute in quella foto, con i capelli neri mossi ben pettinati e sciolti sulle spalle, il collo sottile impreziosito dall’oro della catenina. Gli occhi scuri scintillavano in un’espressione buona e sincera. Aveva solo questo in comune con la zia Giulia, l’espressione bonaria. Che posa innaturale, sicuramente era stato il fotografo a farle allungare la mano sul tavolinetto dello studio. 

Sua madre era stata affettuosa ma non espansiva. La sua indole riservata aveva sempre impedito le classiche effusioni fra madre e figlia, quindi fra di loro niente baci e abbracci. Nemmeno quei diminuitivi che avrebbero creato maggiore intimità. Quand’era bambina ogni tanto la sera prima di addormentarsi andava in punta di piedi nella sua stanza, si avvicinava, le accarezzava i capellisparsi sul cuscino, le rubava un bacio e tutta contenta andava a dormire. Ma non lo faceva spesso, solo quando il padre russava ed era sicura che non potesse vederla o sgridarla. Col padre non andava molto d’accordo, anche perché le uniche volte in cui sembrava interessarsi a lei era per rimproverarla di qualche errore o dimenticanza, premiando di contro l’intelligenza e accortezza del fratello Sergio. 

Ripensandoci ora se non ci fosse stato il padre in camera da letto, forse sarebbe andata ogni sera a darle un bacio.

Che rimpianto per tutti gli altri baci mai rubati. 

“Mamma, mamma”, balbettò, “sapessi quanto mi manchi, mi manca tutto di te, perfino quei curiosi grembiuli che indossavi in casa, i tuoi passi leggeri, le tue manie, come quella di spegnere sempre la luce. Lo sai che continuo a comprarti le Rossana perché ho lettoda qualche parte che bisogna tenere in casa qualcosa che piaceva ai morti nel caso venissero a trovarci? Sciocca come sono ogni tanto controllo pure se ne manca qualcuna. Ma si può? Sono proprio una sciocca sentimentale da romanzo rosa. Provo anche a coltivare le piante ma non ho il tuo pollice verde, per quanto mi vada prodigando sono una schiappa. Sergio invece è bravo, vedessi che piantagioni di basilico nano riesce a fare sulterrazzo. Io invece le piante le faccio morire, solo le fresie sopravvivono ma forse dopo tanta pioggia periranno anch’esse. Ti piacevano tanto, mi pare di vederti in giardino mentre ti chini per annusarle, poi sollevi il capo estasiata da quell’effluvio e sorridi, radiosa e innocente dell’avvenire maligno.”

Si raggomitolò sotto il plaid soffocata da una profonda commozione e scoppiò a piangere.

Le lacrime le gocciolavano lungo le guance lentamente, poi sul seno, mentre un rossore le imporporò le guance magre. Il cuore le batteva veloce. Si sentiva soffocare.

Benedette lacrime! Che natura imperiosa, che mistero, che eccesso!

Malgrado ce la mettesse tutta per trattenerle sgorgavano sempre copiose, ora per un nonnulla ora per un ricordo o una data, ma alla fine vincevano sempre loro.

Però mentre da bambina si vergognava e si nascondeva per non farsi vedere considerandole una debolezza da femmina, ora piangeva con abbandono perché sapeva con chiarezza che fluito quel torrente di lacrime, dopoavrebbe sentito un’onda di sollievo e serenità come quando si svegliava dopo un bel sogno. E il cuore avrebbe ritrovato il ritmo.

In fondo amava le sue lacrime, le trovava giuste. Forse erano davvero un dono. Da atea le seccava un po’ ammetterlo ma forse c’era del vero in questa credenza.

Improvvisamente il citofono gemette.

Chi poteva essere? di domenica? Non aspettava nessuno.

Si alzò di malanimo asciugandosi l’ultima lacrima sulla manica della felpa e andò a rispondere.

“Chiara scusami se ti disturbo, sono Vinicio. Per caso quella Peugeot 205 rossa parcheggiata al posto di Ester è di qualche tuo amico?”

Ricetta dei lamington

Ingredienti: Burro 100 g, Farina 00 200 g, Uova 5, Zucchero 130 g, 1 bustina di lievito per dolci

Per la farcitura: marmellata di mirtilli (un vasetto da 200 g)

Per la copertura: cioccolato fondente 500 g, cocco grattugiato 300 g, panna fresca liquida 300 g

Per preparare l’impasto fate liquefare in un pentolino il burro, poi una volta sciolto lasciatelo leggermente intiepidire. Nel frattempo prendete una ciotola di medie dimensioni e montate le uova con lo zucchero per almeno una decina di minuti utilizzando le fruste elettriche, poi sempre continuando a lavorare aggiungete anche il burro fuso e lavorate fino a quando non otterrete un composto spumoso.

In una ciotola di medie dimensioni setacciate il lievito e la farina, poi aggiungeteci anche i semi della bacca di vaniglia. Versate il tutto a pioggia nel composto, continuando a mescolare delicatamente con una frusta fino a quando non avrete ottenuto un composto omogeneo.

Prendete una teglia 30×22 cm, imburratela e versateci il composto, poi livellatene la superficie con una spatola da cucina. Cuocete in forno statico preriscaldato a 180°C per circa 30 minuti. Una volta che l’impasto è pronto, toglietelo dal forno e lasciatelo raffreddare per circa 10 minuti, poi sformatelo e lasciatelo raffreddare completamente per un paio di ore.

Nel frattempo preparatela glassa: prendete un pentolino e fateci scaldare la panna e nel mentre spezzettate con il coltello il cioccolato, poi fatelo sciogliere a bagnomaria. Quando il cioccolato è completamente sciolto, aggiungeteci la panna a filo e mescolate. Tenete il cioccolato al caldo fino al momento di utilizzarlo per far sì che non si indurisca nuovamente.

Riprendete l’impasto e tagliatelo a quadratini di 4×4 centimetri, dovreste ottenere circa una trentina di quadratini: metà teneteli da parte, mentre i restanti tagliateli a metà per lungo e farciteli con uno strato di marmellata. Riprendete il cioccolato fuso e in una ciotola di medie dimensioni metteteci le scaglie di cocco. Con uno stuzzichino immergete completamente i pasticcini nel cioccolato fuso, ruotateli leggermente per eliminarne l’eccesso e poi passateli nel cocco per ricoprirli bene. Infine appoggiateli su una leccarda ricoperta di carta forno e continuate fino a terminare tutti gli ingredienti. Lasciate indurire il cioccolato e infine servite.

Curiosità: la leggenda narra che ad inventarli sia stato il cuoco del governatore australiano di fine Ottocento Lord Lamington che, visto l’arrivo improvviso di ospiti, approntò un dolce utilizzando del pan di Spagna avanzato tagliato in piccoli pezzi quadrati e ricoperto con cioccolato fuso e scaglie di cocco.
Tuttavia, il cognome del Lord, Lamington, all’epoca veniva usato per indicare tanti tipi di piatti: Lamingtonsoup, Lamington cake, Lamington tea… e la ricetta dei lamingtons apparve codificata in un giornale nel 1896.

Aurora Luzzi

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