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Se non ora quando: Acri, il Sud tra scomparsa e possibile rinascita

Bata - Via Roma - Acri

“Cerco un centro di gravità permanente…” cantava Battiato, in una dei suoi brani di maggiore successo, ancora oggi attualissimo, sia per l’efficacia musicale che per l’attualità del testo.

La crisi imposta dalla pandemia, si innesta su una lunga stagione di crisi che ha colpito soprattutto l’Italia, la Grecia, i Paesi più fragili, le aree del Sud del Mediterraneo con conflitti e problemi che sono cresciuti a dismisura. 

Acri, che HortusAcri ha assunto come Laboratorio di un Sud attuale, ma al contempo diverso, quanto problematico, è esempio di questa lunga stagione di difficoltà, perdita di energie, risorse, della mancanza di una prospettiva che possa lasciare intravedere l’avvicinarsi di quell’atteso “centro di gravità permanente”! 

Forse la pandemia è anche una straordinaria opportunità se si sa guardare, oltre la tragedia umana e sanitaria, al tempo sospeso in cui ci ha costretti a ripensarci, soprattutto rispetto al distorto rapporto che negli ultimi anni l’uomo ha definito nei confronti dei temi ecologici e ambientali, che sono, come dichiarato dagli scienziati, alla base della nascita e diffusione del virus.

In Italia – e nel mondo – le grandi città, Milano tra tutte e il Nord più diffusamente, sono state messe sotto accusa al tempo dell’epidemia. La densità insediativa è tra le cause, provate, della maggiore diffusione del virus, insieme agli alti tassi di inquinamento che in questi grandi agglomerati sono concentrati. Proprio le città dunque, che tuttavia restano la più grande invenzione dell’uomo, sono un faro che oggi accesso sulle grandi conurbazioni e sulla scomparsa, quasi totale, del necessario equilibrio tra uomo e natura. Ezio Micellidell’Università di Venezia, si chiede se “p essere questa la via per rigenerare piccole città e borghi abbandonati? Lo sviluppo è esito di un processo che valorizza le risorse materiali e immateriali di una comunità. Per anni le scienze sociali hanno segnalato la necessità della partecipazione e della condivisione perché la crescita abbia carattere durevole e sostenibile. Appare poco credibile immaginare oggi la rinascita di luoghi trascurati per effetto di scelte eterodirette e probabilmente destinate a essere contingenti e temporanee.

Ad Acri -al Sud- la problematica ambientale è da tanti anni una bomba ad orologeria su cui siamo seduti, che ha provocato e provoca non una sola esplosione, ma tante deflagrazioni: aumento delle patologie cancerogene, incapacità di trovare sbocchi al tema rifiuti, degrado urbano diffuso, degrado dei luoghi nella natura meta di relax e incontro, abbandono della cura del territorio, abbandono dei prodotti della terra,inquinamento delle falde acquifere, inquinamento da emissioni nell’aria, inquinamento da produzioni con scarichi incontrollati, discariche diffuse e abusive. 

Dalla spazzatura ai rifiuti, all’igiene, alla salvaguardia ambientale al contrasto randagismo, tutte questioni che si manifestano anche con l’incuria più totale verso luoghi decentrati, discariche a cielo aperto da tempo non risolte. 

Acri, e l’intero Sud, sono la rappresentazione di un fenomeno ambientale cronico, serio, durevole che si trascina da oltre venti anni, e che rischia di esplodere tra tonnellate di rifiuti, abusi, degrado e incuria per una natura, che prosegue ogni giorno nell’essere aggredita e umiliata. In molti centri della Calabria e del Sud, si assiste alla mancanza di strumenti urbanistici guida, che non sia solo un Piano Urbanistico generico. Manca un nuovo Piano con una visione di futuro che diventi guida di pochi, ma significativi interventi, capaci di invertire la tendenza negativa e intercettare risorse pubbliche e attrarre privati. Per Acri una evidenza di questa mancata visione di futuro è, tratutte, il patrimonio del piccolo, ma esteso “scrigno” della città storica, ridotto ormai a colabrodo dove si fa fatica a contare i crolli, i vuoti, gli abbandoni. 

Su questa condizione si innestano i fondamentali temi della coesione sociale, che è alla base di comunità emancipate e attive, temi che dovrebbero entrare nell’agenda politica per migliorare il dialogo, il confronto, la partecipazione, la crescita di un’idea di comunità coesa che si sostituisca allo scontro e al conflitto quotidiano che agisca in forma collettiva, piuttosto che individuale.

La Scuola e la formazione, sono un baluardo civile per la costruzione di cittadini capaci di assumere centralità, e capacità attrattiva anche verso altre realtà vicine. Ma anni di emorragia costante, dolorosa e senza sosta, hanno portato via migliaia di giovani, e con loro intelligenza, vivacità, entusiasmo. Al Sud, per i giovani, nessun vero progetto per l’occupazione, nessuna idea per far nascere, con il sostegno attivo delle pubblicheamministrazioni, piccole imprese giovanili, iniziative capaci di attrarre e trattenere i giovani. E cosa è stato pensato e fatto perché i giovani – ma anche gli anziani- possano incontrarsi, vedersi, scoprire, conoscere, studiare, confrontarsi? Poco, nulla. Eppure quante potenzialità nelle cittadine del sud! Nullo il sostegno alle imprese e assenti le politiche rivolte alle aziendelocali, incentivi, iniziative, investimento. Lo stesso per le attività commerciali, le poche rimaste che soffrono e resistono a fatica.Le aziende agricole dagli anni Ottanta, non godono più di alcun riconoscimento e supporto pubblico locale, vanno tutte avanti da sole. Questo quadro è aggravato se si pensa alla salute e alla sanità pubblica, che in tempi di pandemia hanno mostrato ancora di più il nervo scoperto di una situazione molto critica. Gli ospedali regionali e locali in molti altri centri del Sud, si traducono in strutture fantasma, semi abbandonate, utilizzate in piccola parte, senza manutenzione, con poco personale, a volte demotivato, incapaci di sostenere i ritmi di una buona sanità fondata soprattutto sulla prevenzione, oltre che sulla cura.

Tutto questo configura una ormai cronica perdita di centralità di piccole città, come Acri, che fino a venti anni fa erano capaci di essere al centro di una rete di realtà urbane che alimentavano un flusso di persone, merci, risorse e finanza capaci di generare una economia autosufficiente e rigogliosa.

Un quadro difficile per pensare ad una rinascita dei borghi, dei centri e delle piccole città come Acri, malgrado la pandemia spinga in questa direzione, laddove il confronto con la crescita, economica e culturale delle città è improponibile, proprio perchéla tendenza, rilevata dai dati statistici, vede nelle grandi aree urbane il processo di concentrazione delle forme più accelerate di sviluppo. Però non possiamo attendere, auspicare, il fallimento delle città, perché sarebbe un fallimento collettivo. Possiamo invece agire per modelli di sviluppo differenti, nuovi e centrati su altri valori: una dotazione ambientale – malgrado le offese prodotte alla natura – che ha fatto da filtro al virus, un distanziamento sociale per via di luoghi estesi, di bassa densità abitativa, il lavoro e la didattica da remoto che hanno resopossibile farlo ovunque e comunque, così come la solidarietà, attuabile dentro un quadro di necessaria coesione e collaborazione sociale. Acri, e molti altri centri simili, possono ritrovare una via diversa, pensando a tante nuove e diverse attività, che tuttavia richiedono innovazione sociale e amministrativa, politiche locali e regionali, nonché nazionali, sensibili a questi nuovi temi, la cultura come potenziale durevole di crescita economica, la manifattura artigianale e industriale, nelle sue diverse forme, e le produzioni agricole come aree da riattivare e far riemergere anche con una nuova sensibilità ambientale.

Non mancano esempi sparsi per tutta la penisola a cui guardare con attenzione, esempi che confermano che anche “piccolo è bello” e che è possibile al contempo, fuori dalla città,trovare equilibrio e sviluppo in forme diverse, così da apprendere, se non ora quando, che le piccole città, i centri minori, l’intero Sud, possono elaborare nuovi modelli, già per il presente e per un diverso domani. Vale ricordare infine che a vincere non è la forza individuale e la resistenza e adattamento al virus, ma la capacità delle comunità di sapersi strutturare attraverso un processo, ricco di consapevolezza resiliente, per immaginare che si può ripartire in forme e modi diversi, e che basta solo volerlo sapendo scegliere interlocutori validi e buoni compagni di viaggio.

Sulla scia di queste riflessioni che abbiamo voluto condividere,HortusAcri organizzerà, invitando alla collaborazione le testate giornalistiche acresi, un ciclo di seminari tematici online –Laboratorio di un Sud attuale– che vedrà la partecipazione di esperti locali, regionali e nazionali, cittadini e professionisti acresi per discutere insieme di progettualità collettiva locale, necessaria e possibile.

Collettivo HortusAcri

Didascalia immagine: Una delle tante installazioni d’arte contemporanea che hanno rianimato la città storica di Favara, in provincia di Agrigento, esempio di un Sud che rinasce, e che ha riconquistato centralità grazie ad un lavoro di rianimazione culturale e sociale.

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