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DAD: Papà o Didattica A Distanza?

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“Da zero a cento” è il titolo di una hit del 2018 della cantante e rapper Baby K, italianissima anche se singaporiana di nascita, ma potrebbe benissimo rappresentare la sintesi perfetta dell’impennata della curva relativa all’adozione dell’e-learning, come surrogato dei banchi di scuola di ogni ordine e grado, che ha caratterizzato l’italico lockdown.

In precedenza, il digitale nella scuola secondaria di primo e secondo grado figurava quasi esclusivamente nelle liste dei libri di testo da acquistare ad inizio anno, perché l’e-book dei libri adottati costa decisamente meno rispetto all’edizione cartacea e quindi permetteva di rimanere all’interno dell’ipotetico plafond sopportabile dalle famiglie per il loro acquisto, fissato dal MIUR. Un po’ come l’altro caposaldo altrettanto inatteso del peso massimo dello zaino da caricare sulle spalle, stabilito dal Ministero della Salute, che dovrebbe rimanere tra il 10 e il 15% del peso corporeo dell’alunno, aggirabile con l’utilizzo del trolley, ma sfido chiunque a restare calmo dietro ad uno scolaro che trascina lo zaino capottato, sfregandolo sul terreno irregolare, sotto lo sguardo assente del genitore accompagnatore (i marciapiedi delle città non sono i pavimenti scorrevoli delle stazioni aeroportuali).

La didattica a distanza o e-learning era ad esclusivo appannaggio di tutte quelle categorie di lavoratori (insegnanti compresi) che dovevano aggiornare costantemente le loro competenze (CAD) oppure degli studenti lavoratori impossibilitati a seguire i corsi di studio universitari tradizionali (UAD), per cui sovente gli alunni della scuola secondaria venivano invitati a distaccarsi dai device, tacciati alla stregua di un’arma di distrazione di massa e ricondotti ad un uso domestico limitato, che favorisse la produttività piuttosto che l’aspetto ludico.

Sorprendentemente, dunque, la scuola italica si è avventurata lungo un percorso da subito apparso fortemente accidentato, per cui all’inizio soprattutto i papà (DAD in inglese) hanno dovuto veicolare i rudimenti base ai loro pargoletti (e non solo), ben più ferrati in materia di gaming online e social network, per consentire i primi collegamenti all’insegna del «mi sentite/mi vedete», dopo aver inizialmente assistito alle operazioni di dispensazione dei compiti sui registri online o tramite le chat Whatsapp alunni/insegnanti (alla faccia della privacy). Non di rado, quindi, le insegnanti più smaliziate si sono trovate a dialogare con studenti che sfavillavano dai loro monitor, generando sospetti sulla liceità delle fotocamere frontali e sull’eventuale uso non consono all’età anagrafica, salvo ricredersi a seguito di spiegazioni convincenti da parte degli stessi che instillavano nelle docenti le specifiche tecniche delle loro “macchine da guerra”.

Il seguito lo conosciamo benissimo perché le docenti dopo un periodo di smarrimento iniziale, hanno cominciato ad inondare la rete dei commenti più disparati dall’ironico al disperato (la pagina Facebook Portami il diario è la mia preferita, perché già attiva anteriormente al lockdown) ponendo l’accento anche su situazioni particolari inerenti allo stato d’emergenza in cui versavano le famiglie di alcuni alunni, ma anche sottolineando la “sterilizzazione” del rapporto insegnante/studente che sottintende ad una fisicità difficilmente replicabile in modalità da remoto.

«Tutto molto bello» direbbe Bruno Pizzul armeggiando con l’accendino nel tentativo di avviare la combustione dell’ennesima sigaretta, cifra stilistica dell’eterno commentatore sportivo: ma le mamme in tutto questo trionfo di architetture informatiche che ruolo hanno avuto?

Le mamme sono rimaste le solide e solite mamme, multitasking o confusionarie, apprensive o dispensatrici di abbracci virtuali, misurate o consumatrici finali di abominevoli quantità di lievito, professionali o caciarone, infermiere o pazienti, insegnanti o alunne di ritorno, cassiere o clienti, ma sempre e comunque le insormontabili mamme guidatrici esperte o “parcheggiatrici abusive” che popolavano quell’universo antistante alle scuole dei loro figli, prima che il Covid-19 le disperdesse.

Giuseppe Donato

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