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“ ’U Menzullu”, cos’era e cosa rappresentava

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‘U Menzullu era il mercato delle derrate agricole, che si teneva settimanalmente in Piazza San Domenico ad Acri. Chi ha la nostra età lo ricorderà certamente. Il nome derivava da un’unità di misura dei solidi in uso nel Regno delle Due Sicilie, u menzullu appunto, e corrispondeva alla metà di un tomolo, che dalle nostre parti equivaleva  a circa 70  Kg, per cui ‘nu menzullu erano circa 35 Kg. Un esemplare in pietra fa bella mostra, adagiato e murato su una delle pareti dell’ex convento di San Domenico. Era stato posizionato dal Comune allo scopo di permettere una verifica del peso e, quindi, evitare le  frodi. In precedenza ‘u menzullu era posizionato in Piazza Monachelle.

Ne scriviamo, non solo per riportare alla luce un pezzo della nostra storia ma anche per sottolineare come esso rappresentasse l’esempio più chiaro del tipo di economia su cui per tempo si è basata la nostra comunità. Si trattava di traffici a scambio diretto tra il produttore – o il colono – e il consumatore, senza intermediari commerciali. In questo mercato confluivano anche produttori dei paesi viciniori, che si recavano in loco soprattutto per un processo di scambi di derrate basato essenzialmente sul baratto.  Di primo mattino si potevano sentire da lontano, specie di questa stagione, i ragli degli asini, legati all’inferriata di Piazza San Domenico. I prodotti venivano esposti sul terreno, in sacchi di canapa o cesti di vimini. La contrattazione era un elemento essenziale per un’economia povera nella quale le entrate stabili erano minime e la gente viveva di lavoro precario e sottopagato. ‘U menzullu è stato chiuso negli ani ’80 del secolo scorso, in virtù di una legge regionale che – pur lasciando discrezionalità ai Comuni –  ne vincolava l’esistenza all’apertura domenicale degli esercizi commerciali. La pressante richiesta dei commercianti di serrare i negozi la domenica, per avere in quel giorno il riposo settimanale, ha, di fatto, determinato la chiusura del menzullu. In realtà, questo tipo di mercato era già entrato in crisi qualche anno prima, in virtù di una politica deflazionistica portata avanti soprattutto dai proprietari terrieri rimasti, allo scopo di incrementare e incentivare le vendite. C’è stata, in sintesi, una riduzione generalizzata dei prezzi per determinare un incremento del mercato. Questa politica ha finito per provocare la morte per asfissia dei coltivatori diretti, che, a causa del crollo dei prezzi, non riuscivano più a coprire i costi di produzione. L’ulteriore abbandono delle campagne negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso è stata una conseguenza di questa politica.   La crisi di quel tipo di mercato ha finito per determinare progressivamente la fine della circolazione e del commercio diretto di prodotti genuini, che dal contadino passavano direttamente al consumatore. Le fasi successive hanno determinato la necessità di meccanicizzazione e lo sviluppo di una produzione di più larga scala, nella quale l’uso di pesticidi e anticrittogamici ha consentito una più ampia produzione, a costi certamente minori.  La necessità di intermediazione, tuttavia, ha finito per determinare, in ultima analisi, un lievitare dei prezzi per il consumatore per l’acquisto di prodotti meno salubri, mentre il produttore ha visto ulteriormente risicarsi i propri proventi. Il progresso ha sempre dei costi, la nostra amarezza è dettata dal fatto che, oltre ai costi economici, abbiamo e stiamo pagando quelli, certamente più amari, in termini di integrità fisica.

Da questa condizione esiste solo una via d’uscita, il passaggio da un modello esistenziale incentrato su un tentativo di sviluppo puramente economico, a uno basato sullo sviluppo umano, che  non consideri i costi dello sviluppo come effetti collaterali imprescindibili del progresso ma, al contrario, preveda la tutela e la salvaguardia della salute come obiettivo primario.

Massimo Conocchia

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