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Proposte indecenti

Bata - Via Roma - Acri

Le premesse c’erano tutte e si erano chiaramente palesate in tempi non sospetti, a partire dalla campagna elettorale low profile nascosta fra cuddruriaddri, turdiddri e scaliddri (cullurielli, turdilli e scalilli se non masticate il dialetto bruzio e avete impostato come suoneria del telefono “La Canzone di Natale” di Zabatta Staila, Solfamì e tutta la Crew).

Anche le piaghe d’Egitto in salsa calabra lasciavano presagire tempi cupi per lo «sfasciume pendulo sul mare»: sanità colabrodo ridotta ad un crogiuolo di interessi calabro-romanocentrici, autostrada Sa-Rc perennemente rinominata per consentire innumerevoli inaugurazioni, città umiliate dai progetti residuati dalle smart city e dai rendering che puzzano di “The NeverEnding Story”, raccolta differenziata a corrente alternata, la crisi idrica, il bluff della depurazione, le procure che “non procurano”, insomma mancavano giusto le tenebre, le cavallette e la strage dei primogeniti, per completare l’opera, prima che l’atavico vizietto calabrese di giocare a perdere, per vincere tutti insieme, si manifestasse in tutta la sua magnificenza.

«Nun c’è bisogno ‘a zingara p’andivinà cuncè» o se preferite “sim’e eacri e ni canuscìmu”, sintetizzano tranquillamente il pensiero di chi non esercita più il diritto al voto, perché bellamente derubricato a puro esercizio stilistico amministrativo, alla pari di una sonora fetecchia, sideralmente distante dal noto proverbio «Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce».

A nulla sono valsi i tentativi di ergersi a paladini della legalità e della coerenza oppure i richiami alla tradizione dialettale di autori come Nicola Giunta, che nella frase «nani su’ iddi e vonnu a tutti nani», disvela il sempiterno pensiero di un certo establishment strenuo sostenitore della politica del bisogno come strumento di mitigazione del libero consenso.

L’astensionismo registratosi nelle ultime tre tornate elettorali, a livello regionale, è sintomatico di uno spostamento evidente delle puntate sui cavalli in corsa e che non basta scrivere libri sulla ‘ndrangheta, pescando abbondantemente dalle carte processuali, per potersene vantare questuando apparizioni nello sconfinato mondo dei media. Gli onesti che spingono la carretta ogni giorno, nel settore privato ma anche nel pubblico, hanno ormai raggiunto il punto di non ritorno oltre il quale resta solo la denuncia seriale, che se non adeguatamente supportata ben presto finirà per sfociare in ribellione sociale. Non è più possibile assistere impassibilmente alla razzia tout court, come se fossimo tornati ai tempi della Repubblica di Salò e quindi in attesa di consumare la nostra personalissima riedizione degli accadimenti di Piazzale Loreto.

È tempo di incidere sulle sorti della nostra regione e di farlo coscientemente, liberando il campo da transfughi e riciclati, attivando le risorse umane più genuine e poco inclini all’arte dell’accordicchio teso alla sopravvivenza, rimaste in sordina per troppo tempo e per quel quieto vivere che non è più possibile perseguire, per non correre il rischio di ritrovarsi inglobati nella categoria degli accondiscendenti. La paura di perdere consenso sta dilaniando un’intera generazione di personaggi in cerca di autore, che ben presto verranno soppiantati dalle nuove leve che saranno costrette a fare ricorso ad imponenti operazioni di destrutturazione, per ripristinare quella credibilità condicio sine qua non, che andrà combattuta con la parola, con le competenze, con la visione a lungo termine, per evitare le colossali scempiaggini cui sono stati sottoposti interi territori vittime consapevoli delle manie ossessivo-compulsive dei loro amministratori.

«Ogni problema ha tre soluzioni: la mia soluzione, la tua soluzione e la soluzione giusta.» (Platone)

Giuseppe Donato

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