fbpx

Certe notti sei sveglio…

Bata - Via Roma - Acri

La notizia piomba in un pomeriggio afoso che sembrava non dover passare mai: Alex Zanardi coinvolto in un terribile incidente nel senese. No, Alex no. Ancora!

Il pensiero vola via e percorre i 1000 km circa che separano Cosenza dalle terre bolognesi che mi hanno accolto per due bellissimi anni. Alla “mia” Borgo Panigale, un tempo comune a sé, allora come oggi immediata periferia di Bulaggna come la pronunciano i molto dotti e poco grassi cittadini felsinei. Ai pomeriggi liberi passati a guardare come caricavano le Ducati da spedire ai vari circuiti del motomondiale, alle passeggiate ai Giardini Margherita o in Montagnola, alle “zingarate” in Stazione centrale saltando sul primo treno disponibile dopo aver scrutato gli orari di partenza e le possibili mete, alle scarpinate partendo dal cimitero monumentale della Certosa, passando davanti allo stadio Dall’Ara per incanalarsi lungo il porticato che conduce al meraviglioso Santuario della Madonna di San Luca, quello che le sfogline cercano di intravedere nei loro impasti stesi, per determinare il successo della pasta fatta in casa e che i viaggiatori “abbracciano” giunti al casello autostradale di Casalàcc’ (in dialetto bolognese e rigorosamente con la s dell’intercalare socc’mel, di cui vi invito a non cercarne il significato!).

“Va bene sei stato a Bologna e quindi?”, vi starete chiedendo e io vi risponderò no, non ci sono solo stato: l’ho vissuta per due anni consecutivi, perché quella città ti entra dentro e non ti lascia più. La città più bella del Sud traslata al Nord. La gente parla e ti avvolge, ti fa sentire a casa, ti fa mangiare con gli occhi, cucina con le parole e poi c’è la provincia, sempre uguale dappertutto ma non lì. Monghidoro, Casalecchio di Reno, San Lazzaro di Savena, Calderara di Reno e Castel Maggiore. La stessa Castel Maggiore che ha visto crescere Alessandro Zanardi e lo ha spinto sui kart, prima di spiccare il volo verso la F1. Quella che al civico 8 di via Marabini mi ha permesso di misurarmi con il mondo della logistica e della grande distribuzione organizzata, lavorare fianco a fianco con indiani, pakistani, nordafricani e scalare le posizioni organizzative fino ad arrivare al punto vendita bolognese del quartiere S. Donato, distante da Borgo Panigale e dagli amici lasciati al centro di distribuzione, come Robert, un omone di colore che mi spezzava il cuore ogni volta che sfilava dal portafoglio le foto della famiglia rimasta nel suo paese d’origine. Come Agostino conosciuto sulla linea di produzione di Calderara di Reno, foggiano trapiantato in Emilia, sposato e divorziato nel volgere di pochi anni, fratello di un operaio ucciso travolto da un’auto mentre rientrava dal turno di notte percorrendo una strada statale pugliese. E che dire di Alfonso, campano doc direttamente dalla Costiera amalfitana, sposato, due figli, una moglie dipendente comunale, tecnico caldaista, addetto all’autoclave per la sterilizzazione dei prodotti farmaceutici per la medicazione. Per lui ero il compagno Fausto, in omaggio al leader sindacale radical-chic, perché quando c’era da baccagliare con il Direttore di Produzione, schieravano me per la dialettica e la predisposizione al confronto serrato. C’era pure Franchitiello, accezione partenopea del nome proprio adottata da Alfonso, un omino sardo che replicava nell’aspetto la bottiglia di un amaro a forma di monaco, che ci odiava perché ripeteva che non lo rispettavamo come capoturno e che rappresentavamo la solita enclave di meridionali stereotipati, a differenza di Renzo, originario di Canna ad un tiro di schioppo dal Castello Svevo di Rocca Imperiale, calabrese atipicamente smunto, fidanzato con una ragazza francese e in attesa di raggiungerla. I due erano accomunati dal precedente incarico svolto presso una nota fabbrica di contraccettivi di Casalecchio di Reno dismessa sul finire degli anni ‘90 e si alternavano alla guida del reparto di produzione, per la turnazione (6-14, 14-22) e per non incorrere nell’esilarante combo definita “articolo il” (basso/grassoccio e alto/magro). 

Che dire poi dei ragazzi del reparto stampi della Rossa di Maranello, conosciuti grazie ad Agostino, compagni di ventura nei venerdì sera alle Scuderie di Piazza Verdi, zona universitaria. Un caleidoscopio di emozioni vissute in un biennio che fa il paio con l’estate trascorsa nel bergamasco: Bonate Sopra, Dalmine, Ponte San Pietro, Comun Nuovo e Bergamo, dove ho conosciuto Domenico, un ragazzo calabrese sottratto ai propri genitori dall’autorità giudiziaria per permettergli di ricostruirsi una vita nuova, lontano dalla sicura affiliazione alla ‘ndrangheta. Questi sono i miei ragazzi, le mie sentinelle della libertà, i miei eroi metropolitani, per i quali mi sono speso per consentirgli di affermarsi nel mondo professionale e nella vita di tutti i giorni, scevri da condizionamenti e da mercanteggi che poco si addicono al mondo del lavoro. Quello stesso mondo del lavoro che oggi piange per coprire le proprie responsabilità, dopo essersi arricchito alle spalle dei lavoratori spremuti come limoni e sacrificati sull’altare della competitività. Sorrido ripensando al laureato in materie umanistiche che spesso mi ritrovavo davanti, quando entravo nelle agenzie di lavoro temporaneo, intento a darsi un certo contegno nel sottopormi le domande che dovevano rivelargli le mie competenze. Un dandy che non era riuscito a entrare nel mondo della scuola (massima aspirazione per un soggetto del genere), che non sapeva leggere una busta paga e che difficilmente avrebbe individuato la differenza fra una chiave inglese e una a pappagallo, doveva ricercare figure professionali che in quel momento risultavano carenti, da retribuire in misura maggiorata per via della vera flessibilità teorizzata dal giuslavorista Marco Biagi, che finì sotto i colpi delle Nuove Brigate Rosse, esacerbate da un’errata analisi del pacchetto di riforme prospettate dall’accademico bolognese. Un navigator ante litteram che oggi come ieri non ha idea di quale sarà il suo futuro e per grazia ricevuta dovrebbe prospettarne uno ai percettori del reddito di cittadinanza!

Comunque andrà, Alex, voglio omaggiarti con le parole che danno il titolo al tuo libro, testimonianza di una vita vissuta all’insegna del non mollare mai: “Però, Zanardi da Castel Maggiore”.

Giuseppe Donato

Bata - Via Roma - Acri
Iscriviti per rimanere sempre aggiornato
Loading

Rispondi

error: Contenuto protetto!