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La verità non s’ha da dire!… fa male

Ricordate l’attacco di Lord Gladstone a Ferdinando II? Lo accusava di tenere stipati i detenuti nelle carceri del regno. È celebre, ancor oggi, il marchio apposto, nel 1851, a quel regno: “La negazione di Dio eretta a sistema”. Si continua ancora a ripeterlo, come al solito, senza indagare. La Storia, così, non è obiettiva, ma diviene storiella.

Per ampliare l’invettiva dell’inglese, Giuseppe Massari, pubblica, in quell’anno: Il Signor Gladstone ed il governo napoletano. Nell’Avvertenza apre: “Le lettere del molto onorevole signor Guglielmo Gladstone al conte Aberdeen intorno alle cose Napoletane sono l’avvenimento politico più rilevante dei giorni nostri”. Così fu.

Questa la situazione carceraria nel regno delle Due Sicilie, al 31 agosto 1860:          

I detenuti in Napoli e province, compresi i politici, erano       6.728

   In Ventotene                                                                 32

   In Ischia                                                                                 277

   Nelle Tremiti                                                               381

In totale                                                                               7.418

Dalla cifra vanno tolti i 303 detenuti della compagnia di punizione, ossia per insubordinazione militare. Si ha, quindi, un totale di 7.115 detenuti. Giustamente il criticato numero rendeva invivibile le carceri. Ecco come si presentava un mese dopo l’Unità d’Italia (settembre 1861):

   Napoli e province, detenuti per delitti comuni            7.318

Detenuti politici                                   4.318

In Ponza                                                223

In Ventotene                                              5

In Ischia                                                  13

In totale                                             11.941

Ai suddetti vanno aggiunti quelli che “si alimentavano a proprie spese”, rinchiusi nelle carceri delle prefetture e in quelle militari, stimati intorno a 6.531. Si aveva, quindi, in totale una popolazione carceraria di 19.056 unità.

Il detto mese le stesse prigioni erano stimate inadeguate per 7.115 unità e ne ospitavano 18.472, ben 11.361 in più stipati negli stessi locali criticati dall’inglese e dai liberali napoletani.

Massari, divenuto senatore, tace su questo obbrobrio! Come mai?

Quanto detto dal Gladstone? Secondo vari autori, fra questi Domenico Rozzano, Gladstone, nel 1888, avrebbe confessato d’avere scritto quelle lettere per incarico di Palmerston. Precisò, infatti, che “non era stato in alcun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari”.

Per capire come la propaganda spesso faccia a pugni con la realtà chiamiamo in causa Padula che, il 1864, ne Il Bruzio (a. I, n. 9, pp.2-3) affronta il problema. Fa rilevare che le prigioni di Cosenza, che si trovavano “sotto al Castello, accanto a S. Agostino, e nel recinto di S. Teresa”, sono un inferno. Nessuno dei detenuti, però, sottolinea, vuole parlarne: “Non ne parlano coloro che gli arrestano, non i giudici che li condannano, non tutti noi che vedendo tre tombe scoperchiate (ndr le prigioni) in mezzo ai nostri edificii non domandiamo mai: Chi vi entra, e chi n’esce?”. Scrive, perciò, Bruzio: “le prigioni di Cosenza bastano appena a 500 prigionieri, e nondimeno al momento ne contengono 897. Manca a quegl’infelici l’aria da respirare, il luogo di muoversi, sono legati a mazzi, come i dannati dell’inferno, gli uni agli altri sovrimposti come fasci di fieno”.

Il nostro giornalista ci informa che gli 897 carcerati sono così classificati: “Giudicabili: 452, condannati: 280, appartenenti alla polizia: 144, prostitute: 11”.

Chi volesse saperne di più legga quelle pagine scritte non da un borbonico, ma da un liberale a oltranza, e si renderà conto di quanto la verità abbia fatto e faccia male, perciò, si preferisce tacerla.

Ai giorni nostri, a distanza di oltre un secolo, si discute e critica, ancora, del sovraffollamento delle carceri!

Giuseppe Abbruzzo

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