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Il sentimento smarrito del ‘piacere dell’onestà’

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In ossequio alla mia lunga fatica di uomo di scuola, (fatica di oltre quarantacinque anni!) mi piace portare all’attenzio-ne soprattutto dei giovani una bella lettera scritta da Giuseppe Di Vittorio, analfabeta fino a 14 anni, di origini contadine, destinato a divenire uno dei Padri della nostra democrazia e dell’antifascismo militante.

La lettera, di seguito riportata, è stata inviata al giornalista Michele Serra dal sig. Domenico Greco di Caserta, e il medesimo Serra, con la sua grande sensibilità, ha pensato bene di pubblicarla su ‘il venerdì’ di Repubblica dello scorso 21 agosto.

La lettera è datata 24 dicembre 1920, quando Di Vittorio aveva solo 28 anni, ed è indirizzata all’amministratore del conte Giuseppe Pavoncelli, che aveva pensato di inviare a Di Vittorio un semplice regalo natalizio, regalo che il destinata-rio non poteva accettare per la funzione politica e sindacale che esplicava.

Ed ecco la lettera del grande Di Vittorio, una lettera che certamente non ha bisogno di alcun commento per lo stridore che suscita con i nostri tempi!

Buona lettura, cari giovani!

‘Egregio Sig. Preziuso, in mia assenza la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato. Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato. Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché -in gran parte- è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente come il nostro ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti. Io, Lei ed il Principale siamo convinti della nostra personale onestà, ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà.

E’ necessaria -e Lei lo intende- anche l’onestà esteriore.

Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia -sia pure nobilissima come quella in parola- si ricamerebbe chi sa che cosa. Si che io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento. Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuole essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce. Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.

Ringrazio di cuore Lei

ed il Principale e distintamente

per gli auguri alla mia Signora.

                                        Giuseppe Di Vittorio

Vincenzo Rizzuto

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