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Dopo di noi, ma nel frattempo

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Negli ultimi quindici anni mi è stato “amorevolmente” affibbiato il compito (tra gli altri!) di delegato all’istruzione e alle riunioni condominiali, da colei che altrettanto “amorevolmente” definisco la mia committente, ancor prima di mia moglie e madre di nostro figlio.

Un compito apparentemente ingrato perché frutto di un compromesso di chiara estrazione anglosassone, secondo il quale chi nella coppia ha più possibilità di guadagno e di carriera, può tranquillamente ambire al coronamento delle proprie aspettative, facendo affidamento alla fattiva collaborazione del/la partner che rimane “indietro”, nell’organizzare gli impegni familiari e in subordine eventuali impegni lavorativi che inevitabilmente risentiranno delle dinamiche afferenti all’intero nucleo familiare.

Un compito che sottintende ad un’esplicita rinuncia al reclutamento dei nonni, come surrogato di genitorialità, perché verrebbe meno il concetto di responsabilità e si paleserebbe l’annosa questione del dualismo nelle modalità di educazione, spesso sfociante in deleterie discussioni su limitazioni e concessioni, vanificate dalle diverse scuole di pensiero più o meno permissive.

A distanza di tempo ci si rende conto di quanto abbia fatto bene, alla prole, misurarsi da subito con le personalissime sfide che caratterizzano l’evoluzione del bambino al di fuori della gabbia domestica, anche e soprattutto in merito all’approccio con l’altro, che non risente minimamente e giustamente di alcun condizionamento quando ci si trova davanti ai pari età affetti dalla sindrome di Down oppure dai disturbi dello spettro autistico o da qualsiasi altra forma di disabilità che comunque non impedisce loro di frequentare regolarmente un corso di studi, compagni di classe come tutti gli altri e con i quali molto spesso si instaura un rapporto che va al di là della conoscenza scolastica.

Superfluo dunque sottolineare che detesto i genitori che in sede di iscrizione armeggiano con i/le dirigenti per agevolare la collocazione dei propri figli “normodotati”, già regolamentata dall’istituto in funzione di criteri che possono comprendere la vicinanza alla scuola, la presenza di altri figli iscritti o la possibilità di mantenere un contatto con il precedente ciclo di studi appena concluso. Del resto non si definisce conclusione di un ciclo per il semplice gusto di denominarla in cotale maniera, piuttosto a significare che se ne aprirà uno nuovo tutto da scoprire, in cui l’attore protagonista dovrà essere il figlio e non il genitore!

A questi genitori ho sempre preferito quelli che ti apostrofano con la frase: «Facile parlare quando finita la chiacchierata all’orario d’uscita, ognuno se ne ritorna a casa propria e non deve fare i conti con la sua quotidianità, fatta di rinunce, servizi inadeguati, malfunzionanti o inesistenti!», perché li ho sempre considerati degli eroi di prossimità, armati di forza d’animo e di un incommensurabile amore paterno/materno da tributare ai propri figli, con l’intento di colmare/mitigare il gap che a prima vista li contraddistingue.

Genitori che vivono con il timore che la scuola li possa contattare da un momento all’altro, perché la capacità di sopportazione alla costrizione nelle aule dei loro figli non è immensa e il personale addetto all’assistenza e al supporto didattico molto spesso si mette le mani nei capelli perché non sa che pesci prendere: non li conosce o non riesce ad entrare in empatia con loro. Ho conosciuto genitori che a turno trascorrevano l’intera mattinata in un raggio ben definito nei pressi dell’istituto, pronti a rispondere alla chiamata dell’insegnante di sostegno che abdicava colpevolmente al compito assegnatole e cercava conforto in eventuali aggiustamenti orari concordati con gli stessi genitori! 

Provate a pensare quanto possa essere stato amplificato tutto questo dalla chiusura dei luoghi deputati all’accoglienza come scuole, associazioni e servizi dedicati, palestre, piscine e impianti sportivi. Un surplus di impegno genitoriale da dispensare a prescindere, per cui la prossima volta che sentirete qualcuno sbraitare per il fastidio provocatogli dalla mascherina o dalle restrizioni, provate a ricordargli che se per tanti la scuola è un parcheggio, per molti altri è una boccata di ossigeno, indispensabile per affrontare la quotidianità e sperare in un domani migliore… 

Giuseppe Donato  

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