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Scusate se insisto, ma non sono giornalista

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Per chi come me ha vissuto gli anni dell’adolescenza mescolando piazza, tv, radio, scuola, lavoro e via discorrendo, il riferimento ai tormentoni televisivi resta un mantra da contrapporre alle partite doppie e agli ammortamenti di ragionieristica memoria.

Alle sezioni di partito ho preferito le dissertazioni tra amici, conoscenti e compagni di scuola, dedicate alla risoluzione di problemi spiccioli quali la mancanza di una sala cinematografica e la necessità di ricavarsi da subito spazi anche minimali di autonomia economica, per non gravare sul bilancio familiare già martoriato dall’assenza di un padre volato in cielo troppo presto, ma mirabilmente sostituito da una madre che caratterialmente non ha mai gradito i fronzoli e i perditempo, riuscendo nell‘intento di allevare con sani principi i suoi figli.

Alla cadrega impiegatizia non ho ambito e non me ne sono mai pentito, perché anche in questo caso ho preferito sporcarmi le mani in lavori che richiedevano una sapiente miscela di conoscenze, attitudini e manualità, che difficilmente si riscontrano in “bulimici” soggetti votati alla ricerca della seduta comoda e di un “incaricuccio” per spolverare il titolo di studio, magari elemosinando persino i progetti extracurricolari dei POF negli istituti scolastici più accondiscendenti!

Del resto mi piace credere che esista un piano divino per ognuno di noi, scandito cronologicamente da un proverbiale miscuglio di scelte e destino, fabbricato quotidianamente attraverso le inclinazioni (evidenti quelle a novanta gradi praticate da taluni!), l’arricchimento culturale continuo, l’esposizione a critiche sempre gradite perché ritenute comunque costruttive o addirittura istruttive, la capacità di spostare in avanti il confine delle proprie esperienze di vita e professionali, la sensazione di trovarsi dalla parte giusta e la consapevolezza di esercitare un diritto scevro da qualsiasi tipo di condizionamento, perché facendo mie le parole di Giorgio Gaber “libertà è partecipazione”.

Non me ne vogliano i giornalisti professionisti, pubblicisti o aspiranti che siano, ma non siamo davanti a novelli Mosè depositari delle tavole recanti i Dieci Comandamenti, perché il concetto di stampa libera difficilmente risulta applicabile alle nostre latitudini, pregne dell’arcaico costrutto “cane non morde cane”, a testimonianza del fatto che troppo spesso dietro alle testate giornalistiche fa bella mostra di sé la linea politica diretta emanazione di quella editoriale, a discapito dell’informazione che diventa dunque deformazione o analisi personalizzata della notizia, soventemente sbandierata o taciuta a seconda dell’inclinazione politica.

Ben venga dunque il pluralismo dell’informazione, ma quando gli strumenti di diffusione della stessa diventano “corpi contundenti” da scagliare contro chi non la pensa allo stesso modo, risulta difficile assimilare gli stessi strumenti ad organi d’informazione credibili, tantomeno quando esulano da una normale dialettica orientata al confronto, virando decisamente verso l’offesa gratuita a dimostrazione della pochezza intellettuale degli estensori della stessa.

“Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente e se una radio è libera, ma libera veramente, piace ancor di più perché libera la mente.” (Eugenio Finardi) 

Giuseppe Donato

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