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Acri: cittadini spaesati, piuttosto che paesani sperduti

Bata - Via Roma - Acri

Nella “Questione Meridionale” c’è una “Questione Calabrese” da troppo tempo oscurata dalle emergenze e non risolta, una questione che riporta ad un’acuta definizione che Mimmo Nunnari, nel suo “La Calabria spiegata agli italiani”, (Rubbettino) così tratteggia descrivendo la nostra terra: “Metà inferno e metà paradiso. Terra di misteri e ombre nere, scrigno di tesori preziosi e scenario di bellezze ineguagliabili; incomprensibilmente lontana dalla realtà e oppressa dalla convinzione di non riuscire a mutare il suo destino che appare segnato da oscuri presagi”.

Acri è uno dei tanti punti di questo nebuloso, quanto affascinante microcosmo di conflitti, risorse perdute, e da ritrovare, che da sempre mi è parso il laboratorio ideale per sperimentare riflessioni alla scala locale da estendere a quella globale, anche Acri resta“incomprensibilmente lontana dalla realtà” come la terra in cui è collocata.

Una tra le questioni -nella questione- devianti, a proposito di Acri, come di molte altre realtà, è quella che riguarda l’uso improprio, riduttivo, del termine “paese”. 

A me non sembra Acri risponda a questa definizione del dizionario italiano Zanichelli: “paese= paese [paé-se] s.m1. Piccolo centro abitato, perlopiù rurale, SIN. borgo;“, dunquenon è paese nel senso più etimologico del termine, tantomeno gli acresi sono paesani, bensì semmai cittadini, e cerchiamo di capire come e in che forma.

Sostengo questa tesi da tempo per alcune principali ragioni: la prima è che Acri è stata dichiarata città, per decreto (dal 17 settembre 2001); città è inoltre l’antico termine greco cui riferirsi per l’organizzazione dello spazio urbano e delle relazioni. La seconda ragione è più legata agli aspetti fisico-morfologici: l’estensione in termini di ettari di urbanizzato, ad Acri, è tale da far pensare ad un contesto che potrebbe contenere nelle case realizzate ad oggi, di cui molte disabitate, una popolazione di45.000 abitanti. Una piccola città con una complessa rete di strade, asfalto, cemento, automobili, persone, merci, rifiuti, estensione territoriale e di reti, di gran lunga superiore a quella di qualsiasi “paese”.

Non ne faccio una questione di “lana caprina”, ma di senso e significato, di contenuto reale: anche di come affrontare i problemi e le loro soluzioni. Una cosa è pertanto pensare diriferirsi ad una dimensione (culturale, economica, urbanistica, sociale) di paese, altro è immaginare di essere dentro un piccolacittà con tutte le sue complessità, tali da necessitare soluzioni all’altezza. 

Una su tutte è per esempio il metter mano al vorticoso traffico veicolare, incanalato in percorsi di mobilità insensati, senza logicae una giusta pianificazione, che costringono ogni automobilista a percorsi contorti e lunghissimi per giungere nelle diverse parti.Così come l’idea di “paese” cui ci si sente ancora, riduttivamente legati, mai ha fatto balenare alle pubbliche amministrazioni, un guizzo di creatività con il progetto di un servizio pubblico di mobilità urbana, ecologica, che possa servire ad avviare -nel tempo- una ampia dismissione delle auto private a favore del trasporto collettivo. Tutto questo, come la presenza di piste ciclabili in disuso, la carenza di servizi, spazi museali veri, di intrattenimento per i giovani a misura di città, richiede campagne di educazione cittadina (per l’appunto) e una visone di presente in cui il nuovo scenario urbano prenda forma e fisionomia originali, sostituendo l’immagine nostalgica del paese che non c’è più, fondendo semmai, i resti storici sul colle alto in un coerente progetto, tra antico e moderno.

Dunque penserei oggi agli acresi -cosi come a molti calabresi- di più come cittadini spaesati (ovvero che hanno perso la dimensione sana del paese, acquistando, supinamente, quella solo malsana, e non positiva, di città), al contesto come ad uno spazio spaesato dentro uno scenario ancora di grande bellezza, dove però questa risorsa, sempre più rara, non sembra essere considerata comenecessaria al presente e al futuro.

Se essere diventata città, per Acri, e altre intere realtà urbane, però vuol dire solo il grande consumo di suolo prodotto per questa distesa di case non finite, precarie, le profonde alterazioni morfologiche, a volte irreversibili, l’ingaggiare una battaglia furibonda con gli elementi naturali, allora viviamo un presente difficile e ci aspetta un futuro impervio in cui “la tenacia del fragile, la speranza nella memoria, il senso del limite troppo spesso varcato” diventano un prezzo troppo alto da pagare. 

Spaesati*, pertanto, rappresenta il percorso di una Italia al contrario, delle aree di margine, delle zone interne, dell’Appennino, delle Valli, una Italia che resiste, ma reclama, oggi più che mai, una cittadinanza diversa, attiva, vivace culturalmente, necessaria per uscire dai margini, dalle strettoie “paesane” e ritrovare centralità, soprattutto dietro ai flebili, ma diffusi segnali di cambiamento, anche ad Acri.

*(Spaesati, è il titolo di un bellissimo libro di Antonella Tarpino).

Pino Scaglione

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