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Abbracciare un albero

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All’inizio l’invito della sconosciuta ad abbracciare un albero gli era piovuto addosso come un’offesa, un’autentica offesa. Qualche giorno dopo però, essendo curioso di natura, in pausa pranzo aveva deciso di fare una ricerca su Google per saperne di più.

Caspita!

Gli occhi neri di Antonio si erano accesi di sorpresa: possibile che su una fesseria del genere l’algoritmo di relevance ranking di Google avesse restituito tanti risultati?

C’erano vari libri sull’argomento: Abbracciare gli alberi, la terapia segreta degli alberi, il canto degli alberi, l’’abbraccio degli alberi; una pagina campione di un e-book sulla meditazione Zen; un articolo sui dieci alberi da abbracciare secondo la silvoterapia. Al decimo posto c’era l’acero, a seguire il salice, l’olmo, l’abete, il biancospino, l’acacia, poi il cedro, il fico, la cannella e al primo posto il pino, considerato dalla medicina cinese un albero immortale dotato di grande capacità di guarigione.

“Santa birra”, si disse “che stupidaggini. Non esistessero i cortisonici, gli antibiotici, gli antinfiammatori col cavolo che si guarirebbe cun n’abbrazzu al pino.”

Il primo giorno di settembre si alzò con un dolore antipatico al nervo sciatico: la pioggia della nottata e l’abbassamento della temperatura gli avevano risvegliato quel pungolo inconfondibile dell’ernia del disco in agguato. Malgrado ciò, Antonio si recò al lavoro, sperando che il dolore col movimento potesse passargli. Fu una giornataccia. A fine turno la gamba tirava e pulsava in maniera insopportabile come quel lontano 2014 in cui era finito al pronto soccorso. Saltò la cena, sgranocchiò una manciata di mandorle per non buttare il farmaco nello stomaco a digiuno. Il dolore lo perseguitò tutta settimana. Venerdì finalmente ebbe il giorno libero. Preparò lo zaino per la montagna, assicurandosi che non mancasse il fondente, i fichi secchi e la borraccia d’acqua frizzante. Avviò la Polo e via verso Carlo Magno, come gli aveva consigliato il dirimpettaio Salvatore Biafora la sera prima. Era stato lui a parlargli di questi pini fantastici sotto i quali i fungiari trovavano pure le famose cozze di pino. Salvatore non si intendeva granché di funghi ma la località la conosceva bene, perché fresco di patente si era avventurato fin là per una passeggiata domenicale con la ragazza che poi sarebbe diventata sua moglie, Fortunata. In verità per rubarle la prima carezza sul collo, lasciato scoperto da una camicia di seta gialla. Gli aveva mostrato pure la foto di loro due giovanissimi seduti su una panca di legno sotto i pini.

Intorno alle 10.00 Antonio parcheggiò l’auto in uno slargo e si incamminò senza sapere esattamente dove fermarsi. La stradina in terra battuta era abbastanza dolce, alla sua destra una mandria di mucche pascolava attorno ad un pantano. Il cane, un pastore maremmano, guaiva pigramente col muso nell’erba. Era una giornata luminosa col cielo blu cobalto. Si sentiva allegro. Dopo avere camminato per qualche chilometro cercando più volte di ricordare a sé stesso il motivo di questa insensata gita in Sila, si fermò a bere un sorso d’acqua, quando lo vide. Doveva essere il pino giusto, un pino solitario accanto alla pista di sci di fondo dal tronco non troppo largo.  Si levò lo zaino e si guardò attorno per verificare che fosse solo. Nient’altro che alberi, rovi, staccionate rapinate dall’uomo per farne probabilmente legna da ardere per l’inverno. Doveva agire in fretta prima che arrivasse qualcuno e lo prendesse per matto. Si avvicinò al pino e provò ad abbracciarlo, ma il tronco era più largo di quel che gli era sembrato, avanzavano almeno dieci centimetri. Accarezzò la superficie ruvida della corteccia, piegò la testa sul lato sinistro e iniziò ad annusare il legno odoroso di resina. Chiuse gli occhi e cercò di liberare la testa dai pensieri, come consigliato su quel sito Tree Hugging visitato il giorno prima. Ripeté questo esercizio varie volte rilassando i muscoli e concentrandosi sulla respirazione. Avvertì in tutto il corpo una sorta di abbandono e tensione alla felicità, rimase immobile, aggrappato al pino, con un ciuffo di barba appiccicato in una lacrima di resina. Forse la sconosciuta aveva solo suggerito una possibilità. La vita in fondo non è altro che un percorso di possibilità.

Aurora Luzzi

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