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Bella ciao e altre storie. Perché leggere il libro di Aurora Luzzi

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Aurora Luzzi scrive di esistenza, resistenza. resilienza. Dell’illusione dell’ amore e dell’ inesorabile scorrere del tempo. Dell’ineluttabilità del fato dentro cui << nessuno ha certezze, nessuno ha risposte >>. Originaria di Là Mucone( Acri ),a cui è molto legata e dove rimarrà sino alla Laurea, ora vive a Montalto Uffugo e lavora all’Università della Calabria come bibliotecaria. Lo stesso incarico, per 22 anni, lo aveva svolto a Milano, al Politecnico. Laureata in lettere moderne, la scrittura è più di un hobby, tant’è, che prima di “Bella Ciao” ha pubblicato altre due raccolte, “Se mi racconti”(2014), “Le intermittenze dell’amore”(2016) ed un romanzo, “Nemesi d’Aprile”(2018), scritto a quattro mani con Serena Castro Stera. “Bella Ciao e altre storie” è un testo di quasi 100 pagine che contiene 12 racconti,alcuni dei quali con protagonista il lockdown per Covid-19. Una volta lo si sarebbe definito esistenzialista con al centro l’uomo( e la donna ) post moderno,con le sue emozioni, le sue nevrosi, le sue fragilità, con la consapevolezza che l’Amore eterno  << è un utopia >> e la felicità, effimera, << è per tutti un filo di seta >>. L’autrice è voce narrante e crea, scruta, mette a nudo i protagonisti che nelle loro inquietudini si consolano con il sogno e si rifugiano spesso nella solitudine <<unica sposa>> ma anche condizione capace di far sentire << in comunione con la natura ed a catturare in essa un non so che di spirituale >>. Storie di gente comune che lotta nella quotidianità, aggrappandosi a momenti, a sensazioni, a piccole cose, capace sempre di alzare la testa e pensare con << voluttà al futuro >> e di farsi prendere dalla malinconia spesso << pungente ed improvvisa >> . Il libro è intriso di citazioni classiche  – Prometeo, gli Achei del Peloponneso, Circe – sapientemente incastonati con facebook e watsapp che inevitabilmente veicolano le relazioni nel 2020. Social ingannatori, come per Pamela, che aveva intravisto in Ernesto l’amore che non c’era mai stato e che poi, dal vivo, si rivela goffo e tirchio e che Dio ce ne scanzi e liberi! Le location dei racconti sono spesso al sud, la Calabria,Acri, la Piana di Sibari, ma anche Montorfano, Pisogne, Milano. L’autrice fa riferimento esplicito proprio al nostro territorio, citando termini e tradizioni, alcuni dei quali appartengono ad un tempo antico, rurale, autentico. Zanfini Tours, Radio Acheruntia, Don Salvatore, c/da Ciciaro, a castagnella ‘nserta, i zingarelle, a putiga. Come non mancano riferimenti enologici da cui prendere spunto: il vino di Pramno, il Gutturnio riserva, i vitigni di Mantonico e di Gaglioppo. Fra i racconti impossibile non citare “Bella Ciao”, epilogo del testo, con protagonista un professore in pensione che si commuove con il 25 Aprile,la Resistenza ed il Tricolore. Un’altra chicca, “Il cedro del Libano”, dove parla di malattia e dei tormenti ad essa intrecciati, <<le sembrava di udire i suoi pensieri, pensieri cattivi annodati stanchi claustrofobiciaffannati che le stavano roteando nel cervello ad una velocità folle, senza ordine senza logica senza piena consapevolezza, con una pressione sfibrante immensa  straziante >>. E’ un testo paragonabile ad un album musicale, fruibile in qualsiasi momento con 12 canzoni/racconti ognuno dei quali proietta nella vita e nella testa del protagonista; immediato e leggero ma anche impegnato e colto, con il pregio di richiedere poco tempo per goderselo, restituendo però in cambio molto. Un testo con il quale ci si può specchiare per riflettere ed ironizzare su se stessi. Il lessicoesemplare,magistrale, con il quale descrive certi paesaggi,ricorda Cesare Pavese. Da leggere.

Luigi Chimento

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