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Sull’elezione di Giuseppe Mazzini

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In una lettera apparsa in uno degli ultimi numeri di “Confronto” si chiedeva se Mazzini fosse stato candidato al Parlamento e se fosse stato eletto. Non si ebbe tempo, per rispondere. Lo facciamo ora. Com’ è noto Mazzini non poteva mettere piede in Italia, anche dopo l’Unità, perché sarebbe stato arrestato. Vi ritornò sotto falso nome e sotto quel falso nome morì a Pisa. Vergogna! Ma i “galantuomini” agiscono così!

Veniamo alla domanda. Come al solito, rispondiamo con i documenti.

Nella seduta della Camera dei Deputati del 18.6.1866, il presidente Mari invita l’on. Federico Seismit-Doda a riferire sull’elezione di Giuseppe Mazzini nel I° Collegio di Messina.

“Dichiarato dalla Presidenza della Camera vacante il collegio di Messina, con regio decreto in data del 9 aprile prossimo passato, venne quel collegio convocato pel giorno 29 dello stesso mese”.

Il Collegio composto da 4 sezioni: 3 a Messina e una a Gazzi Arcivescovado, contava 1.271 elettori. Ne votarono 509. Questo i voti riportati: Mazzini Giuseppe 199; Alberto Rivera 173; Manzoni Giacomo 51; San Pol Stefano 49. Voti 31 dispersi o nulli.

Nessuno candidato ottenne la maggioranza prescritta per essere eletto. Si va al ballottaggio, il 6 maggio, fra Giuseppe Mazzini e Alberto Rivera. Votano in 541, 32 in più della prima votazione. Questo il risultato: Mazzini 329, Rivera 203, voti dispersi 9, totale 541.

“In conseguenza di ciò – dice il relatore – la Sezione principale del Collegio di Messina ha proclamato a suo deputato Giuseppe Mazzini. Nessuna protesta, nessuna irregolarità si ebbe a constatare nell’elezione di ballottaggio”. Precisa, però, che il IX ufficio: “non ha potuto non preoccuparsi delle condizioni speciali in cui si trovava l’eletto e del precedente voto del 22 marzo, in occasione della prima sua elezione”, quando la Camera non ne aveva convalidata l’elezione.

“La maggioranza del IX ufficio – precisa, ancora, il relatore – si sarebbe forse rattenuta dal pronunziarsi su quest’elezione, dopo il voto cui io ho accennato, qualora, convinta da un lato dell’eleggibilità legale di Giuseppe Mazzini, non lo fosse stata del paro dall’altro lato della facoltà della Camera di deliberare nuovamente sullo stesso argomento; ed in questo criterio tanto più si raffermò la maggioranza dell’ufficio IX in quanto che essa trovavasi profondamente  convinta che la Camera fosse essenzialmente un corpo politico, anziché un corpo giuridico, e che quindi, pronunziando come un giurì, la Camera non potesse fare a meno di tener conto di quelle impressioni, di quelle correnti, direi, così, morali o politiche, che partendo dalla opinione pubblica influiscono, vogliasi o no, sulla coscienza, sull’animo dei giurati.

La questione dell’elezione di Giuseppe Mazzini nel marzo prossimo passato (ndr 22.3.1866) non fu discussa e giudicata che sul terreno legale; tutti lo rammenteranno; l’onorevole relatore De Filippo mise ogni studio a mantenerla su quel terreno: il solo deputato, che abbia parlato contro quell’elezione, l’onorevole nostro collega Boggio, seguì l’onorevole relatore su quel terreno: la questione politica non fu trattata che dall’onorevole Zanardelli, il quale, del resto, addusse argomenti anche in appoggio della eleggibilità legale, argomenti che furono poscia, diffusamente e validamente, sviluppati dall’onorevole Crispi, e che, a parer mio, rimasero inoppugnati”.

La maggioranza dell’ufficio IX ha creduto di non poter fare a meno di preoccuparsi della questione politica e portare, quindi, l’elezione dal campo legale a quello politico, “sicura di esprimere, in questi gravi momenti, l’opinione di tutto il paese”.

Il suddetto ufficio era convinto che “le condizioni, e non è mestieri dimostrarlo, in cui viene a ripresentarsi alla Camera quest’elezione non sono quelle del marzo prossimo passato. Allora non si parlava puranco di guerra, di prossime speranze di rivendicazione della nostra piena indipendenza nazionale mediante le armi; tutt’altro o signori lo rammenterete. Si inneggiava alla pace da molti lati: la grande maggioranza di questa Camera propugnava la pace armata; la propugnava gran parte della stampa; il Governo licenziava ufficiali dell’esercito, sospendeva la leva; discutevansi pubblicamente le possibilità che dall’opinione pubblica, dalla coscienza pubblica d’Europa, l’Austria, questa vivente negazione della coscienza e della opinione pubblica, fosse costretta a cedere per trattati la sventurata Venezia alla sua gran madre, all’Italia.

Ed anzi, tanto poco, o signori, si preludeva alla guerra, che rombava, ancora all’orecchio di tutti incresciosa, un’eco ripercossa dolorosamente nei nostri cuori, l’eco dei cannoni italiani che avevano salutato la bandiera austriaca davanti alle mura di Pola.

Ed ora, o signori, quanto mutate le cose in brevissimi giorni! Un grido di guerra corre da un capo all’altro della Penisola, con la rapidità dell’elettrico, le armi della nazione si rannodano tutte come l’antico fascio latino, tutte le volontà, tutti gli animi sono intenti alla guerra; vecchi ed adolescenti chiedono di combattere; il prode Re d’Italia monta a cavallo; Garibaldi fulmine di guerra lo segue alla testa di decine di migliaia di Volontari”.

Le giustificazioni si susseguono per negare la seconda elezione di Mazzini. Vani furono gli interventi a favore dell’eletto. L’on. Venturelli, inutilmente fece presente: “Non si tratta di vedere se votando per la convalidazione dell’elezione del I° collegio di Messina intendiamo approvare il concetto repubblicano di Mazzini, oppure votare per l’unità, noi votiamo per l’elezione di Messina e vogliamo persuadervi che l’elezione è legale è valida, che Mazzini è eleggibile. Signori, io ho pronunziato la parola, la questione sta tutta qui: Mazzini è egli eleggibile o no?”.

Una terza votazione rielesse Mazzini. Alla fine, mutate le situazioni fu approvata l’elezione, ma Mazzini rifiutò, perché lui repubblicano non poteva appoggiare la monarchia.

Che belle chiacchiere racconta la “storia” ufficiale!

Giuseppe Abbruzzo

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