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Delle pagliuzze e delle travi

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A volte la gergalità dei termini risulta molto più efficace di tante giravolte lessicali, per meglio comprendere le intenzioni dell’interlocutore o per delimitare il terreno, teatro del confronto dialettico, a scanso di equivoci.

Il ricorso a determinate tipologie di espressioni, dunque, può sicuramente tornare utile quando la discussione sta prendendo una brutta piega oppure per prodursi nel più classico colpo di reni teso a salvarsi dalla segnatura certa. Va da sé, di conseguenza, valutare preventivamente quando è il caso di piazzare la giocata vincente e auspicarne l’ottimale riuscita per incassare l’intera posta in palio.

Mettiamo ora da parte questa “supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra”, omaggiando il conte Mascetti e il superbo interprete dello stesso, tuttavia necessaria per introdurre l’oggetto del contendere ovvero la vacuità di certe dispute argomentative che possono risolversi esclusivamente con l’utilizzo di un’espressione gergale che, a seconda della territorialità, assume i contorni della beffa o del cazzeggio fine a sé stesso.

“Fàmose ‘a capì” potrebbe assurgere tranquillamente ad esempio calzante dell’intenzione di mettere fine ad una discussione che ha ormai deragliato dai binari del confronto leale e costruttivo, mentre “nun c’è trippa pe’ gatti” oltre a ricordare l’espressione colorita di un sindaco della capitale, ne riassume il significato più intimo: una sorta di spending review ante litteram.

Tutto questo per arrivare ad affermare quanto spessamente si riscontri, nei diversi ambiti e con sommo rammarico, che la cultura della sconfitta non abbia attecchito in maniera convincente alle nostre latitudini e quanto inefficaci si siano rivelati i tentativi di introdurre, a partire dallo sport, esempi positivi di convivialità post-gara, per il semplice motivo che la polemica quando non monta in maniera spontanea, viene abilmente costruita a tavolino per fornire il carburante alle consorterie che ruotano attorno al mondo dello sport, ma anche dello spettacolo, della politica e via discorrendo.

Alle dichiarazioni post-voto, ad esempio, del candidato sconfitto che sovente a scrutinio in corso si congratula con il vincitore, fanno da contraltare quelle delle varie fazioni che si sono contrapposte nella campagna elettorale, secondo le quali i vincitori si moltiplicano e gli sconfitti si diradano fino a quasi scomparire.

Un fulgido esempio di come, per la vittoria, a stento si riesca a quantificare lo spropositato numero di presunti padri spuntati come i funghi nel volgere di uno scrutinio, diversamente dalla sconfitta per la quale mestamente se ne ricerca uno tra la miriade di sostenitori che poco prima ne tessevano le lodi.

Un modo gentile per evidenziare che a trovare il pelo nell’uovo non necessitano poi questi titoli tanto decantati, mentre per proporre soluzioni bisogna intanto capire di cosa si sta parlando e in subordine farsi portatori delle idee e misurarsi con un gruppo di persone che potrebbe non pensarla allo stesso modo e vorrebbe apportare modifiche che potrebbero risultare arricchenti per il progetto stesso. Ma ahimè confrontarsi risulta alquanto ostico da mandar giù a certe latitudini, per cui si preferisce lo scatto dello scalatore che taglierà il traguardo con le braccia al cielo, sottolineando la grandezza della sua impresa e pazienza se la gara andrà avanti per altre tappe.

A costoro basterà figurare nell’almanacco della corsa!

Giuseppe Donato

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