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La Calabria a corto d’idee

“Vot’Antonio, vot’Antonio, vot’Antonio, vot’Antonio, vot’Antonio, italiani…” è il parlato della performance attoriale più abusata in tempo di elezioni e rappresenta il sogno dell’italiano medio di misurarsi con l’elettorato, alla ricerca di un successo che potrebbe cambiare le sorti della sua precaria esistenza: “Da zero a cento” direbbe Baby K.

Archiviata la sceneggiata messa in atto dalle prefiche istituzionali, con qualcuno che non ha perso tempo a sottolineare di essere stato elevato dal fato a primus inter pares dopo aver sfiorato l’esclusione dalla Giunta, sul mento della Calabria sono andati a segno due colpi ben assestati da far invidia al miglior Cassius Clay.

Il corto di Muccino e a breve distanza il coprifuoco di bassa lega, hanno fatto ripiombare i calabresi nella disperazione del marzo scorso, quando per le scale del condominio incontravi il vicino di casa corredato di una fiammante mascherina FFP2/KN95/N95 che in quel momento scarseggiava persino nei migliori reparti ospedalieri, chiamati a fronteggiare l’emergenza Covid-19 a mani nude.

Il calabrese medio è così: armiamoci e partite “ca eu un mi la vogliu guastari ccu nullu”. Lo stesso calabrese che quando si trova dalla parte giusta della scrivania ti prende a pesci in faccia, salvo chiederti a chi sei figlio dopo che gli hai sciorinato tutto il codice penale e le possibili infrazioni allo stesso, con il suo comportamento improntato al lassismo più estremo.

La sorte ci aveva concesso del tempo prezioso per avvantaggiarci sull’emergenza sanitaria, atteso che i numeri registrati nella nostra regione si fossero ben presto assestati a livelli normali o accettabili, eccezion fatta per i focolai scoppiati nelle RSA. Purtroppo la voglia di primeggiare sul governo nazionale in virtù di una trazione politica di difficile interpretazione, figlia di accordi e accordicchi, non ha permesso di valutare serenamente il prosieguo della campagna di prevenzione dall’infezione, attivando un circuito quasi negazionista che sconfessava i risultati raggiunti dal disposto combinato chiusura/basso contagio, noncurante della probabile ondata di ritorno che avrebbe rimesso a dura prova una rete sanitaria ormai allo sfacelo. Risultato: discoteche chiuse a Ferragosto, impennata dei contagi per sottovalutazione dei rischi, potenziamento reparti Covid rimasto sulla carta insieme a fantomatici piani di fabbisogno aziendali approvati in fretta e furia, solo di recente, per permettere a “El Comandante” e relativi compañeros di mantenere al calduccio il fondoschiena sulle remuneranti sedute: “Hasta la poltrona siempre!”.  

Ci siamo dovuti sorbire persino le elucubrazioni di un pessimo imitatore del magistrato Giovanni Falcone che, di fronte alle incalzanti domande dell’ennesima commissione dei ministeri affiancanti, ha buttato all’aria il tavolo della videoconferenza e si è catapultato dai giornalisti a confabulare di “menti raffinatissime” che ne avevano ostacolato il compito (sic!), sbandierando dimissioni mai arrivate e correndo a Roma a piangere lacrime di coccodrillo nella segreteria del ministro Speranza.

Non resta che prepararci al peggio, non prima però di aver sottolineato come il sacrificio dei mesi invernali sia stato vanificato da improbabili venditori di pentolame che trasmigrano da uno studio televisivo all’altro, in attesa di propalarci la consueta lezioncina su quanto sia contagioso un asintomatico e su quanti giorni debba durare la quarantena, per non parlare dell’eroe in salsa calabra che non perde occasione per piatire un posto in un Governo qualsiasi, per levarsi dalle suole delle scarpe la fastidiosissima terra che lo riporta alle umili origini (Di Pietro docet). 

«Un popolo ignorante è un popolo facile da ingannare» (Ernesto “Che” Guevara)

Giuseppe Donato

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