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I maghi della sanità

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La stagione commissariale del Decreto Calabria è giunta al capolinea, con gli strascichi che avrebbe generato qualunque altro provvedimento ascrivibile alla voce pannicello caldo. Giri di valzer assolutamente fuori luogo ne hanno segnato il cammino durante i 18 mesi di esercizio, finendo per consegnarsi mani e piedi alla pandemia che nel frattempo non ha avuto pietà di sistemi sanitari ben più lodati di quello calabrese, troppo spesso utilizzato per rimpinguare le casse di annoiati mandarini istituzionali in cerca di avventure che non siano la sorveglianza saltuaria dei cantieri (ci sono già gli umarell!) o la consueta partitina a bocce, carte e chi più ne ha più ne metta.

Distribuiti nelle regioni con la sanità disastrata come se fossero dei semi pronti a germogliare al momento opportuno, riescono sin dal loro insediamento ad inimicarsi tutti, ignari che la guerra totale non rientri nei compiti loro affidati. Fanno del lessico la loro forza e sono pronti a vendersi l’anima pur di poter scaricare le colpe dei loro fallimenti sugli altri, rei di ostacolarne l’operato e via di nomina in nomina “verso l’infinito… e oltre!”.

Ma veniamo alle cose pratiche e ricolleghiamoci agli ultimi sviluppi della citata stagione commissariale che ha visto fiorire nel volgere di un mese una miriade di deliberazioni che hanno dato il la alle “manovre” finali di accomiato, con l’orobica Panizzoli impegnatissima a “distribuire” incarichi fiduciari per rispondere alle esigenze (forse procrastinabili?) dettate dalla recente approvazione del Piano aziendale con l’istituzione di 9 Dipartimenti, dei quali 6 “di nuova istituzione e/o attualmente vacanti” come riportato fedelmente dall’avviso interno per la manifestazione d’interesse a ricoprire la carica di Direttore di Dipartimento, la cui nomina secondo l’atto aziendale appena approvato spetterebbe al Direttore Generale e avrebbe una durata triennale sottomessa alla formula latina simil stabunt simul cadent, massima espressione di estrema fiducia riposta nei propri collaboratori.

Fin qui nulla di strano direte voi. Peccato che dall’analisi delle deliberazioni emergano delle discrasie lessicali sulla nomina dei Direttori di Dipartimento, che farebbero mettere le mani nei capelli persino al più improbabile dei praticanti di uno studio legale, con la chicca finale del Direttore Sanitario f.f., cui sono subordinati i Dipartimenti, che oltre a ricoprire la carica di Direttore dell’Unità Operativa afferente al Dipartimento di nuova istituzione e/o vacante, viene nominato a capo di quest’ultimo, riuscendo a sommare tre incarichi dirigenziali e diventando di fatto unico e trino sfidando la teologia cattolica e Zlatan Ibrahimovic, asseritamente dio in terra.

Singolare quindi diventa analizzare il testo delle delibere, probabilmente copiato e incollato, che riportano tutte lo stesso errore quando dalle premesse si passa alla deliberazione finendo per dichiarare, nelle prime, che l’incarico “decade, se non riconfermato, entro 6 mesi dal mandato del nuovo Direttore Generale/Commissario Straordinario” e nella seconda “decade se non riconfermato entro 6 mesi dal mandato del Direttore Generale/Commissario Straordinario”: poesia amministrativa…

È il commissariamento baby! Quello che dura da più di un decennio e che anno dopo anno vira terribilmente verso la tela di Penelope, permettendo a sempre più boriosi salvatori della patria di replicare lo slogan di Tomasi di Lampedusa «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Un cliché puntualmente confermato dai Commissari che si sono sinora succeduti al ponte di comando della sanità nostrana, diventata ormai un satellite di quella nordica tanto osannata e puntualmente affossata dal SARS-CoV-2, che ne ha falcidiato gli avamposti pubblici e risparmiato le lussuose stanze del privato.

«Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare» (Dante Alighieri, Inferno – Canti III e V)

Giuseppe Donato   

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