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La politica del certo per l’incerto

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È dall’ingresso nell’euro che volenti o nolenti ci stiamo arrovellando su concetti che ormai dovrebbero far parte del bagaglio culturale che ciascuno di noi si porta appresso, cercando di arricchirlo man mano che si va avanti nel condurre una vita all’insegna del necessario e sfuggendo alle tentazioni del superfluo, che si palesano come novelli serpenti tentatori nell’improbabile Eden che è diventato il nostro vivere quotidiano.

Gli azzardi compiuti negli anni del boom economico hanno lasciato degli strascichi che si sono riverberati negli anni successivi, quando alla promessa di elevarsi nella scala sociale rispetto alle generazioni precedenti, si è sostituito il magheggio, l’affiliazione, la tessera di partito, entrature che hanno permesso anche ai meno dotati di accedere al meraviglioso mondo del pubblico impiego, salito alla ribalta in questi giorni perché di colpo catapultato nell’universo parallelo dello smart working dopo aver vissuto di rendita e comodamente assegnato ad incarichi di cui non bisognava rendere conto, tanto nella pubblica amministrazione contano soltanto i bilanci, cartina di tornasole della gestione oculata o fallimentare.

L’esigenza di limitare il diffondersi del virus, nello stesso modo, impone anche a ragazzi di 11 anni appena, di confrontarsi quotidianamente con i più svariati devices per seguire le lezioni a distanza attraverso la DAD, che nel frattempo era diventata DID salvo ritornare miseramente DAD dopo che ‘Marco Antonio’ Arcuri, nel tentativo di soddisfare le svariate richieste di ‘Cleopatra’ Azzolina, ha finito per soccombere davanti alla necessità di nuovi posti in terapia intensiva, costruzione di nuovi ospedali, fermare la fame nel mondo, riportare la pace nel Medio Oriente e, nel tempo libero, assicurarsi che sul mercato non mancassero le quantità sufficienti di lievito per consentire alle maniache del lockdown di cimentarsi nel festival delle leccornie da postare sui social, per concorrere al titolo di Super Mamma Fancazzista All Season 2020. Such a good job, mom!

Della serie come recuperare un ventennio sprecato a rincorrere Germania, Francia, Austria e i restanti paesi frugali, per poi ritrovarsi immersi nella pandemia ma con le stesse possibilità di un cammello di passare attraverso la cruna di un ago! 

Fallimentari progetti di reti ospedaliere che si sarebbero dispiegate sul territorio nelle declinazioni hub, spoke/case della salute, medicina territoriale, telemedicina, hanno miseramente mostrato il nervo scoperto di una terra, la Calabria, che vive quasi esclusivamente di pubblico, con il bilancio regionale largamente ingessato fra i costi per il funzionamento dell’ente e quelli della sanità che come il più classico dei cupio dissolvi replica il fenomeno del carsismo più estremo disperdendosi nei mille rivoli da cui suggono il pubblico, il privato e il fuori regione. Tutti insieme appassionatamente e senza sindacare sulle sfumature di colore politico, in ossequio al motto calabrese “Quandu ‘a tavula è misa, cu non mangi perdi ‘a spisa”.

In compenso abbiamo riempito le città di menomate e menomanti piste ciclabili che come cattedrali nel deserto nascono e muoiono nel medesimo istante in cui vengono realizzate, perché non puoi buttare nella mischia biciclette e monopattini mescolandoli con il traffico veicolare/pedonale con le città che ti ritrovi oggi, schiacciate fra egoismi architettonici e snervanti travasi di categorie di lavoratori che potrebbero tranquillamente rimanere a casa, producendo quantitativamente e qualitativamente meglio che in anguste e dispendiose postazioni all’uopo allestite per marcare il nerboruto genio italico alimentato da inette campagne sovraniste che inneggiano “prima gli italiani”.

«C’è chi fa parte del problema, chi della soluzione e chi del paesaggio.» (Robert De Niro in “Ronin”)

Giuseppe Donato       

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