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Nonno raccontami la tua storia

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C’è una ciclicità negli accadimenti che troppo spesso ripropone scenari che sembravano appartenere a periodi bui archiviati come non più ripetibili o almeno questo era l’auspicio prima di ripiombare nelle stesse situazioni, ma con attori diversi, nelle quali le parole chiave diventano governo di unità nazionale.

È la classica espressione che riporta l’orologio della storia alla sciagurata stagione degli isterismi sovranazionali, tristemente sfociata nei vagoni piombati, nella deportazione nei campi di concentramento e sterminio, nell’olocausto… Mai più!

La brutalità con la quale i mass media entrano a piedi uniti nella narrazione della pandemia offre il fianco alle mai sopite frange di negazionisti, complottisti e cerchiobottisti, che riescono a fare breccia nelle menti di disarmati e disarmanti adepti, impegnati nella replicazione di messaggi devastanti con i quali si dichiara tutto e il suo contrario semplicemente scimmiottando il mainstream adottato dalle organizzazioni che cooptano il consenso per riversarlo al momento opportuno nelle piazze, nei seggi elettorali, sulla rete, a testimonianza dell’autoreferenziale potenza di fuoco.

Niente a che vedere con quelle sparute cellule che sul finire del ventennio fascista si nascondevano nelle nostre campagne, in attesa di riscattarsi da quel regime che ne aveva anestetizzato le vite, di per sé già confinate nelle fatiche quotidiane necessarie per sostentare i corposi nuclei familiari, largamente occupati nelle attività agricole e artigiane.

I nomi di quegli “eroi” non figurano nei libri di storia, ma si possono riscontrare nelle pubblicazioni di concittadini acresi e negli archivi delle sezioni di partito più leste a riorganizzarsi, prima fra tutte quella del PCI, che il 2 gennaio del 1944 sciolse la cellula composta dai primi tredici iscritti e si costituì sotto il nome del compagno Antonio Gramsci.

Questa è la storia che mi avrebbe sicuramente raccontato mio nonno e che avrei riascoltato volentieri, perché mi avrebbe risparmiato il dolore di doverla apprendere dai vecchi registri di una gloriosa sezione, dai quali emerge chiaramente che uno dei tredici fondatori delle cellule clandestine era proprio lui! Lo stesso che orgogliosamente figura nell’esecutivo provvisorio della nascente sezione acrese del PCI, con l’incarico di organizzatore degli operai ed è sempre lui a sottoscrivere il verbale della riunione dello stesso comitato esecutivo del 12 luglio 1945, unitamente ai compagni Carassale, Gentile, Lo Giudice.

Un fabbro che firma insieme all’Avvocato Giovanni Carassale da Badalucco? Lo stesso Carassale che insieme a 19 suoi compagni fondò la prima cellula universitaria antifascista nell’Università di Genova e finì confinato in Calabria dove rifondò il PCI?

E dopo? Magari anche tu, nonno, hai litigato con il tuo partito proprio come “Nino” Carassale fece con Togliatti, abbandonando la politica attiva, perché conscio che sul sacrificio dei contadini e degli operai qualcuno avesse costruito la sua ascesa politica?

Lascio queste domande ovviamente inevase e provo a immaginarti fieramente impegnato nella tua attività di fabbro, nella tua umile fucina “d’a petreara”, palestra per molti giovani che ivi hanno formato fisico e carattere: Onore al compagno Francesco Montalto, Onore a ‘mastru Franciscu ‘e ritacc’.

«E quella forgia… altro che palestra: di culturismo era, anche, maestra! In modo chiaro la muscolatura cresceva ogni giorno a dismisura…» (Michele Reale in “Vijèatu a ttìa e altre rime”)

Giuseppe Donato  

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