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Conta, ma non farti contare

Quando la mediocrità della classe politica supera di un’incollatura quella dell’elettorato avviene quello che i fisici definiscono meltdown o se preferite il cavallo di battaglia di Homer Simpson, improbabile e inetto addetto alla sicurezza della centrale nucleare di Springfield.

Lo sprofondamento del sistema Calabria ha radici ben salde e facilmente reperibili nelle pubblicazioni inerenti allo “sfasciume pendulo sul mare”, per una serie di problematiche post-unitarie che ne hanno segnato irrimediabilmente il destino. Da sempre serbatoio di braccia e menti da spedire in tutto il mondo, la Calabria e con essa i calabresi non hanno superato i difetti storici che gli vengono attribuiti a partire dalla capacità di rivelarsi tutto e il suo contrario. Chi non conosce la Calabria spesso ne ricava un’impressione personale per sentito dire o pregiudizievole, un po’ come avviene con gli orientamenti sessuali, la cui analisi ciclicamente naufraga nella frase tipo “non ho nulla contro gli omosessuali anzi ne conosco molti e qualcuno rientra anche nella mia cerchia di amicizie”.

Tacciata di arretratezza spesso diventa oggetto di razzie etno-turistiche con la concentrazione dei flussi turistici nel periodo giugno-settembre, il tutto rigorosamente gestito da rodati meccanismi autoreferenziali che non consentono ai turisti di fuoriuscire dal recinto disegnato da agenzie che ne curano la permanenza nei più piccoli dettagli, richiamando alla mente le escursioni organizzate dai tour operator nel Nordafrica che sconsigliano di abbandonare il percorso stabilito dalle guide per non incappare nella delinquenza locale, ghiotta predatrice di facoltosi turisti stranieri.

Timida consolazione resta che i circuiti tradizionali dell’all-inclusive vengono bellamente ignorati dai vacanzieri che hanno almeno una conoscenza geografica/personale del/sul territorio e sono quelli che riescono a fruire della nostra regione in tutta la sua bellezza, migrando attraverso quell’universo inesplorato della terra di Pitagora, Telesio, Campanella, Alvaro, Gioacchino da Fiore, Mattia Preti, alla ricerca del bello e dell’agreste. Chi la vive in questa maniera la vacanza, spesso ne conserva un ricordo indelebile intriso di colori e odori che ne rievocano l’unicità e sarebbe un peccato standardizzare questo tipo di esperienza sensoriale.

Scimmiottare i canali tradizionali della vacanza non può e non deve essere la mission della nostra terra, perché dietro al mega villaggio turistico spesso si annidano interessi che depauperano le nostre risorse a vantaggio di speculatori e prenditori che a lungo termine finirebbero per inaridire il mercato, lasciando per strada potenziali microimprenditori che avrebbero interesse a salvaguardare benessere personale e territorio.  

La pandemia, poi, ha restituito una visione dello stivale settentrionale-centrica purtroppo già nota, con le grandi città del Nord in ginocchio dopo la fuga verso Sud di studenti universitari e lavoratori precari. I grattacieli milanesi vuoti hanno sbattuto in faccia agli amministratori locali la dura realtà dei centri direzionali senz’anima. Quell’anima che ritrovi al Sud, dove fra una conference call e la stesura di un documento, ti affacci sul vicolo e puoi ammirare il gatto di strada teneramente accarezzato dal sole di mezzogiorno! Non è al Frecciargento Sibari-Bolzano che bisogna mirare ma al ripristino di condizioni di vita dignitose: sanità, infrastrutture, lavoro, scuole, università, ambiente. Il treno del Recovery fund potrebbe essere un miraggio e allora puntiamo al South working ovvero se hai bisogno delle mie competenze e posso fornirtele in alternativa al prenditore seriale, sai dove trovarmi. Ma non cadiamo nel solito errore dell’emarginazione del lavoro verso il Sud perché più conveniente e più prossimo rispetto ai paesi dell’Est.

 «Immagina, puoi.» (George Clooney per Fastweb)

Giuseppe Donato  

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