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Scuole (elementari) ancora chiuse

In tutta Europa e in tutta Italia le scuole elementari lavorano in presenza, ovunque, anche nelle zone più colpite dal virus. Al sud d’Italia, in alcune zone, di certo a Acri, si è scelto altro. Ma quali effetti si stanno producendo? Come dice il sindaco tutto questo è per la sicurezza dei bambini, la loro sicurezza è la preoccupazione di tutti, genitori, dirigenti, insegnanti e amministratori. Il sindaco dice che non è stata una scelta facile e invoca la necessità di un ritorno alla normalità poiché la scuola è socialità. Si, la socialità è necessaria, una socialità controllata e spontanea, questo dovrebbe provare a fare la scuola. Si è scelto di assecondare una cultura basata solo sulla “premura familista”. Le amministrazioni e le scuole dovrebbero essere produttori di sicurezza  nella pratica. La sicurezza non è un dato di fatto, è un impegno quotidiano, un progetto da condividere.

Faccio 3 riflessioni per cercare di motivare perché, almeno per le scuole elementari, sarebbe necessario, indispensabile, far tornare subito a scuola bambine e bambini. Le infrastrutture ci sono, le possibilità di creare sicurezza ci sono, la necessità di far tornare i bambini e le bambine a scuola ci sono, le competenze organizzative e didattiche ci sono. Eppure bambini e bambini restano a casa.  

  1. Il ritorno a scuola è una necessità non solo per ridare ai più piccoli il senso del loro tempo, le scuola elementari aperte sono necessarie anche per sostenere le mamme che lavorano e che non possono fare il loro lavoro a distanza. In questo ultimo periodo il peso più grande è stato per loro.  Una recente indagine Istat mostra che in dieci anni la quota di coppie dove entrambe le persone lavorano è passata dal 40% al 44% del totale, una crescita insignificante, addirittura nulla al sud, dove solo il 26% delle donne in coppia ha un lavoro. Inoltre solo la metà delle madri laureate oggi lavora a tempo pieno e nel sud la percentuale scende di moltissimo (non arriva al 17%). Certamente la pandemia, al sud in particolare, sta costando moltissimo alle mamme che lavorano e che non possono investire le nonne e i nonni in un momento così critico, anche perché spesso i nonni e le nonne, se anche potessero, non sarebbero capaci di seguire i più piccoli davanti a un computer. Si sta facendo un danno proprio alle donne che lavorano, spesso anche le più istruite, costrette a vite più difficili, con permessi e ferie forzate, per consentire ai figli più piccoli di sostenere la didattica a distanza. Forse al sud le donne che lavorano non sono una grande forza elettorale, sarà per questo che non contano molto ma è proprio per questo che le donne dovrebbero sempre di più studiare e lavorare, per contare di più e far sentire la loro voce.  
  2. E’ importante tornare subito a scuola per non compromettere la socializzazione secondaria dei più piccoli, quella socializzazione che non si basa sulla famiglia ma sul gruppo dei pari, sull’altro che non è il genitore, sull’insegnante, quella figura terza, che consente di sviluppare il senso dell’autorevolezza, il mentore che guida, l’esempio fuori dalla famiglia. I più piccoli bisogna riportarli a scuola per non comprometterne i processi di apprendimento di base. Non è necessario richiamare la pedagogia di Montessori o di Dewey. In questo momento cosa stanno dicendo le famiglie ai più piccoli? Come stanno raccontando quello che succede? Cosa dicono le insegnanti e gli insegnanti ai bambini e alle bambine da dietro i loro computer? Come giustificano il fatto che si resta a casa? Cosa fanno i più piccoli a casa davanti a un computer con una didattica di emergenza diventata una insensata normalità?
  3. E cosa accade fuori dalle scuole, nelle strade, nelle piazze, nelle case? Quali cinture di sicurezza proteggono i bambini e le bambine fuori dalla scuola? Quali altri luoghi magari meno sicuri della scuola i bimbi stanno frequentando? La scuola, quella di base più delle altre, è peraltro l’unico luogo dove si possono riparare diseguaglianze di base. Chi sta governando questo processo in questi faticosi e lunghi mesi? Le dirigenze scolastiche come stanno agendo l’autonomia delle loro scuole? E i molti insegnanti cosa pensano? Loro lo sanno bene che l’educazione alla sicurezza dovrebbe/potrebbe essere parte importante del progetto educativo. Forse anche la loro voce, se prendesse forma, potrebbe contare.

Assunta Viteritti

Una risposta

  1. Francesco Tocci ha detto:

    Le opinioni espresse dall’autrice dell’articolo trascurano, a mio modesto avviso, la considerazione secondo la quale l’infezione pandemica non ha ancora una terapia sanitaria che possa definirla guaribile, a fortiori in assenza di vaccino.
    Proprio da questo ne discende la prevalenza, nella Carta fondamentale, del diritto alla salute rispetto a quello all’istruzione, cosi come rafforzato dal fatto che il parametro, ritenuto poco affidabile, del sistema sanitario della Calabria, ha inciso sulle scelte governative in ordine ai comportamenti sociali dei propri abitanti.
    In questo la chiusura delle scuole riflette quella responsabile e legittima considerazione : quale genitore manderebbe tranquillamente i propri figli a scuola, consapevole che, nel caso di infezione di un alunno, la tutela alla salute di quest’ultimo non sarebbe garantita da un presidio ospedaliero adeguato?

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