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Emilia

Emilia ha sessantanove anni e un triplo negativo. Non lo sa cosa significa, non lo sa nemmeno il figlio, che ha infilato tutto l’incartamento in un sacchetto trasparente per la spesa senza accortezza.  Gli esami sparsi senza ordine cronologico, una sezione di una mammografia fuori dalla busta, un esame del marito finito per sbaglio assieme alla documentazione clinica della moglie. Era buio stamattina alle 6.00 quando madre e figlio sono partiti dalle colline di Santa Sofia d’Epiro per scendere in città. Discutono prima di uscire, Emilia è fissata con le luci. 

“Hai controllato? Su stutati i lampadine?”

“Sini mà, jamu”.

Lei prima di uscire controlla la tavola apparecchiata per la colazione del marito: fette biscottate, marmellata di ciliegie, le pillole per la pressione, la bottiglia d’acqua. 

Sorride, è contenta di avere messo pure ordine in casa, lo sa che quando poi torna stasera non avrà le energie per farlo. 

Emilia è bella, piccina, tutta tonda. Le guance scarlatte che parlano di cortisone. Gli occhi buoni. Indossa un maglione verde di lana merinos. In testa una cuffia di lana chiara da cui spunta un pezzetto di foulard di cotone perché il cortisone oltre a colorarle le guance le provoca pure una fastidiosa orticaria, quindi non sopporta il contatto della lana sulla pelle. Sulle spalle un giaccone scuro, appoggiato. Sulle gambe un plaid a quadri. Se lo porta sempre dietro, pure nelle mattinate dei prelievi quando l’umidità penetra nelle ossa davanti al laboratorio e le sue guance sembrano dipinte. Ma non si lamenta, non chiede la priorità, si limita ad avvolgere meglio il plaid attorno alle ginocchia e tenerlo fermo con entrambe le mani. 

Anche oggi. 

“Ciao Emilia come va, non è arrivata la tua medicina?” Le chiede la signora Angela con la parrucca biondissima che pare una Barbie. 

La signora Angela, un metro e quaranta di statura, va fierissima della sua parrucca. Prima di uscire di casa impiega più di dieci minuti per levare i bigodini grossi dalla parrucca, poi passa i boccoli fra le dita, li aggiusta, infine li spruzza di uno spray fissante che purtroppo dura ore e ore.

Emilia la guarda incantata, le sembra finta ma con una sua inspiegabile bellezza. Lei vede la bellezza dappertutto, in fondo la signora Angela rappresenta ai suoi occhi un addobbo dell’albero di Natale “che oggi dobbiamo smontare”, urla un’infermiera passando velocemente in corridoio con le mani piene di siringhe.

Dopo averla fissata per un bel po’ Emilia sorride e replica: “La medicina è arrivata ma le poltrone sono tutte occupate, mi tocca aspettare.”

Allontana la mano destra dal ginocchio e la porta sul petto, tocca la medaglietta con la Madonna e pensa alle rose. Prima di uscire ha scordato di mettere le rose alla Madonna come ogni mattina. Si augura di tornare a casa prima dell’imbrunire per potere scendere nell’orto e tagliare due boccioli per la Madonna.

Aurora Luzzi

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