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Francesco Curto, dalle ‘Parole sottovuoto’ ai ‘Versi sfusi’

Ci stiamo occupando a più riprese del nuovo libro di poesie di Francesco Curto “Versi sfusi”, edito da Morlacchi Editore.

E’ sempre un rinnovato piacere avere tra le mani un testo di componimenti di questo artista acrese trapiantato ormai da tempo in Umbria.

Neanche il tempo di posare i calici dei festeggiamenti delle sue nozze d’oro con l’arte del verso che viene dato alle stampe un nuovo testo.

In cinquant’anni Curto ne ha scritti di libri e questo probabilmente raccoglie l’eredità di ognuno. L’aggettivo “sfusi” rimanda a qualcosa di informe e in effetti si tratta di componimenti che il poeta, così come capita ai cantautori che devono operare una cernita delle canzoni da inserire nel disco, ha dovuto giocoforza mettere da parte.

Sarebbe stato un peccato non farli riemergere alla luce, perché di tutto si tratta tranne che di scarti.

Sarà per il recente traguardo del cinquantesimo anniversario di attività poetica, sarà la straordinaria difficoltà esistenziale derivata dalla pandemia, sarà la voglia di guardarsi indietro, a me pare che in questo libro vi sia un sentimento crepuscolare che lo pervade dalla prima all’ultima pagina.

E’ un pessimismo che nasce dall’osservazione del mondo e dall’esperienza di un vissuto che ha attraversato i decenni e i confini geografici. E’ un sentimento tenuto tutt’altro che sottovuoto.

Non manca uno dei topoi della sua poesia: lo struggente paesaggio dai richiami bucolici della sua terra, che è anche un rifugio costante dalle pene di un presente che opprime e devasta.

Lo sguardo rivolto all’orizzonte non restituisce nulla di buono, così come sentenziano i versi di “A Lorenzo”, che chiude il libro ed è dedicata a suo nipote, che la pandemia impedisce di abbracciare. In questi versi c’è tutta la profondità d’animo del poeta, irrequieto per definizione.

Piero Cirino

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