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“Ll’è vista, jàmunìnnu…”: un approccio a Eros singolare e discreto

Quella che raccontiamo oggi è una storia atipica. Abbiamo deciso di condividerla perché rende conto di un curioso approccio a Eros. Da premettere che, fino agli anni ’60 del Novecento, specie dalle nostre parti, prevaleva una visione peccaminosa dell’amore fisico, per cui andava vissuto in segreto, quasi vergognandosi di alcune manifestazioni.  Dopo la rivoluzione dei costumi e culturale del ‘68, è prevalsa gradualmente, vivaddio, una visione diversa dell’amore, non disgiunta da una maggiore disinvoltura nel modo di rapportarsi fisicamente all’altro sesso.

La nostra storia inizia circa 60 anni fa e narra di un personaggio particolare, con connotazioni caratteriali e relazionali davvero singolari. Il nostro uomo –  dopo avere per un decennio inseguito un amore impossibile per varie ragioni, peraltro conteso da un altro “Cirano” nostrano – si era follemente e perdutamente innamorato di una ragazza che abitava in una realtà limitrofa. La giovane era e resterà sempre all’oscuro di questo sentimento, vissuto in assoluta solitudine. Al nostro “Romeo” bastava poco per alimentare il suo sogno: chiedeva a qualche amico motorizzato – all’epoca non erano tanti –  di accompagnarlo nel paese della donna nell’ora nella quale la stessa soleva uscire con le amiche. All’arrivo, una volta scorta la sua “Giulietta”, si rifiutava categoricamente di scendere per tentare un approccio. Ai ripetuti inviti degli amici era solito chiosare con la stessa espressione : “Ll’è vista, jàmunìnni” (“L’ho vista, andiamocene”). Tanto era sufficiente per soddisfare il suo bisogno di quella persona. La storia, divenuta aneddotica, ci risultava difficile da credere, per cui un pomeriggio di una trentina di anni fa – quando il nostro personaggio era al crepuscolo della sua esistenza – avemmo l’occasione di chiacchierarci e gli chiedemmo di quell’amore vissuto in solitudine e se avesse dei rimpianti. La sua risposta fu shoccante per la filosofia che la animava: “Eros – ci disse – ci rende la vita degna di essere vissuta perché ci fa amare gli aspetti belli della stessa, tra cui il desiderio anche fisico di una persona. Si passa dall’Ego all’amore per un’altra persona. Eros è beffardo, però, perché  prima ci fa amare una persona, il suo profumo, il suo corpo, ci fa desiderare di fonderci in un’unica entità; passata la fase iniziale, la trasfigurazione si interrompe, la passione cala e ci si ritrova nuovamente ad amare se stessi. La tristezza e la noia subentrano dopo il godimento. L’uomo riprende nuovamente ad amare se stesso e riassapora il bisogno della propria individualità. Vivendo insieme con una persona, la materializzazione del quotidiano finisce per usurare il desiderio. C’è un modo solo modo per far sì che Eros sia  eterno, che la fiamma duri per sempre e, con essa, la passione: evitare di consumare quella passione, vivendola solo dentro se stessi, rendendola eterna e sempre in grado di farci palpitare. La convivenza ci fa passare dalla brace alla cenere”. All’epoca queste parole ci suscitarono un malcelato sorriso. Oggi, filtrate dal tempo, non appaiono così assurde. Nel modo di approcciarsi ad Eros, il nostro singolare personaggio aveva cercato un’alternativa che rendesse eterna e immutabile la sua passione, in modo che lo facesse palpitare per sempre, anziché consumarla e pagare, poi, il prezzo richiesto dal tempo e dalla quotidianità che, a volte, annienta la passione. Un atteggiamento sicuramente discutibile ma che non ci sentiamo di etichettare come follia.

Massimo Conocchia

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