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Uno strano modo di intendere i diritti

L’estate appena trascorsa ci siamo recati in Calabria in macchina. Il caldo allucinante della seconda settimana di Agosto ha reso il viaggio particolarmente faticoso, con  code in più tratti, che hanno prolungato non poco la durata dello stesso, con l’ovvia conseguenza di essere costretti a più tappe per rinfrancarci.  E’ proprio di una singolare avventura occorsaci durante l’ultima tappa di quel viaggio che vorremmo parlare oggi. Siamo e restiamo fermi avversari dei luoghi comuni e delle etichette che spesso ci appioppano in quanto meridionali e abbiamo passato la nostra vita ad avversare certe visioni, esaltando i pregi del nostro popolo e delle nostre realtà. Tuttavia, non saremmo obiettivi se tacessimo anche alcune “peculiarità” che caratterizzano alcune realtà a noi vicine e che contribuiscono non poco ad alimentare alcune distorte visioni. 

Ritornando alla nostra avventura, erano le 15.30 di un’afosa giornata, con temperatura percepita che superava abbondantemente i 40°. Giunti alla stazione di servizio, parte sud della Campania, ci accorgiamo che era disponibile un unico parcheggio al fresco, sotto una tettoia, mentre gli altri erano sotto un sole cocente. Quell’ambito parcheggio non era direttamente fruibile in quanto la macchina parcheggiata sulla sinistra aveva lo sportello lato passeggero spalancato, con una signora seduta che si sventagliava. Ci siamo permessi di azionare un timido accenno di claxon per far si che lo sportello di quell’auto si chiudesse, permettendoci, di fatto, di parcheggiare. Immediatamente,  l’uomo seduto dalla parte della guida ci viene incontro – massiccio, camicia semiaperta con una grossa medaglia in evidenza – e con tono infastidito e minaccioso ci dice di parcheggiare altrove. In quel momento, complice la stanchezza, il caldo, lo stress, anziché essere concilianti e parcheggiare altrove, d’istinto ci è venuto di rispondere che volevamo proprio quel posto, non ritenendo assolutamente giusto dovere parcheggiare sotto il sole cocente perché altri si arrogavano il diritto di occupare due posti al fresco con un’unica macchia. La nostra risposta è stata interpretata come un atteggiamento di sfida per cui sono iniziate le invettive e le minacce fisiche. Ciò nonostante, abbiamo parcheggiato la macchina e siamo scesi sotto lo sguardo minaccioso del nostro interlocutore che ci si avvicinava in modo provocatorio. La evidente sproporzione fisica, che ci avrebbe garantito il  peggio, la presunzione di essere nel giusto, ci ha permesso di procedere ignorando la provocazione. La paura di ritorsioni sulla macchina, ha fatto sì che ingurgitassimo il caffè e ripartissimo velocemente. Durante il resto del viaggio l’episodio ci ritornava in mente e con esso un senso di rabbia non sopita, una sorta di insofferenza verso una cultura del sopruso e verso chi ritiene di avere più diritti degli altri perché più forte. Probabilmente – come più d’uno a cui abbiamo rivelato l’episodio ci ha detto – avremmo dovuto parcheggiare altrove. La nostra rabbia successiva, però, sarebbe stata ancora più grande per avere ceduto a un sopruso.  Siamo perfettamente consci che questo episodio non può essere generalizzato né può minimamente intaccare il nostro orgoglio di appartenenza. Tuttavia, è difficilmente dubitabile che alcuni atteggiamenti – come quello citato – fanno parte di una certa cultura e di un certo modo di intendere il mondo che non ci appartiene e che ha contribuito non poco a diffondere un certo stereotipo, che si combatte solo con una diffusa e capillare cultura della legalità e del rispetto degli altri. Negli anni ‘50 ci fu un consigliere comunale ad Acri, rimasto celebre per il contenuto del suo unico intervento in un’intera consiliatura: “Scuole chiuse e pascoli liberi”. Per fortuna è avvenuto il contrario e questo fa sicuramente ben sperare per il futuro.

Massimo Conocchia

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