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Quando i figli crescono (seconda parte)

Di rado si parla di problemi che emergono con figli grandi. Ancor meno si parla dei sentimenti dei genitori quando affrontano cambiamenti.

La saggezza popolare insegna: “Figli piccoli, problemi piccoli; figli grandi problemi grandi”. Il rapporto con i figli cresciuti va ripensato, per approdare a una relazione più matura. Come possiamo impostare il rapporto con i nostri figli quasi adulti? In quali situazioni bisogna essere ancora disponibili e in quali restare in disparte?

Le madri e i padri si ritrovano spesso soli di fronte a questi dilemmi. Si pretende che i genitori abbiano sempre la soluzione pronta. E’ che nessuno ci spiega come procedere. Anche un figlio adulto riserva ai genitori molte sorprese e ostacoli, eppure se ne parla poco. Si pensa che, una volta grandi, i ragazzi se la cavino da soli.

Per tagliare gradualmente il cordone ombelicale, serve un pizzico di buona volontà. Noi genitori dobbiamo lasciarli andare. I ragazzi devono recuperare un’identità autonoma e noi proseguire con la nostra vita.

Perché l’allontanamento di un figlio adulto rappresenta un taglio così netto? In fondo, lo sviluppo infantile è un processo incessante di separazione, in piccole fasi. Non è vero che ci scontriamo con l’addio solo quando i figli fanno i bagagli una volta per tutte. Ogni passo del bambino verso l’indipendenza ha mostrato come la nostra influenza andasse riducendosi.

Oggi, nell’era della globalizzazione, diventare adulti ha preso un nuovo significato. Anche se  i ragazzi entrano prima nella pubertà, non è detto che maturino in anticipo. Diventare adulti vuol dire tante cose. Indica il raggiungimento della maturità fisica e cognitiva. Significa riuscire a condurre un’esistenza autonoma e responsabile.

Da parte del genitore, si prova rassegnazione sul piano razionale, ma dolore su quello emotivo. La testa capisce il distacco, la psiche arranca. Di solito, la psiche impiega molto tempo per rassegnarsi e abituarsi ai cambiamenti. A ciò si aggiungono i dubbi e le incertezze tipici dei momenti di sconvolgimento. Il vecchio non esiste più, il nuovo non c’è ancora.

Adesso vi parlo della mia esperienza. Ho due figli adulti che da qualche anno vivono con le loro rispettive famiglie. Come gestiamo i nostri contatti? Questa è stata una delle prime domande che ci siamo posti. Nell’epoca  dei cellulari, di Skype e di Facebook è molto facile tenersi in contatto. Oggi è praticamente impossibile svanire nel nulla. Essere sempre raggiungibili non significa tuttavia volerlo essere ventiquattr’ore su ventiquattro. Perciò è stato utile analizzare le aspettative e i desideri reciproci, stabilire orari per sentirci.

Oggi “copro le spalle” a ciascuno di loro senza toccarli, anzi senza nemmeno sfiorarli. Provate a immaginare la scena: vi mettete dietro vostro figlio e gli offrite la protezione di cui ha assolutamente bisogno. La vostra presenza è molto rassicurante. Logicamente, però, posizionarsi dietro il giovane adulto significa anche non intralciarlo. Se riuscirete a immedesimarvi in questa immagine, il giovane si sentirà protetto e in buone mani e voi continuerete a essere importanti per lui senza stressarlo o ostacolare il suo sviluppo.

Oggi si sentono molti genitori dire: “Non voglio influenzare l’orientamento di mio figlio. Io desidero soltanto che sia felice”. Dicendo così questi genitori non si rendono conto del problema che creano. L’amore verso il figlio, in verità, non è desiderare che sia soltanto felice. Io voglio che tu sia. Noi genitori li dobbiamo stimolare alla coraggiosa accettazione della vita, in ciò che essa ha di pienezza, ma anche di vuoto e perfino di delusione.  Non dobbiamo farci illusioni: il semplice fatto di aver investito tante energie nel compito educativo non ci garantisce che nostro figlio avrà una vita senza problemi. Tuttavia ci assicura che, una volta caduto, sarà in grado di rialzarsi.  Non sempre l’ombra è il contrario della luce, così come l’ardua fatica di vivere non è il contrario della felicità. Sono tappe dello stesso fiume che scorre.

Infine, non dovete preoccuparvi di essere ottimi genitori. La rigida adesione a un ruolo è, infatti, una condanna. Non dimentichiamoci che i valori non si apprendono e non si insegnano, ma si respirano. Il bambino, infatti, impara dall’atmosfera che c’è in casa.

Attenzione, poi, a non confrontare continuamente il figlio con i fratelli e con gli altri. Spesso i confronti creano modelli e  obiettivi irraggiungibili. Il meglio che possa fare il genitore è allora intervenire il meno possibile, osservare, comunicare con gli esempi e permettere alla ghianda di diventare una quercia.

Elena Ricci

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