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Non è vero, ma ci credo!

Fra i meridionali, tutti sono pronti ad affermare di non crederci, ma, all’occorrenza, ognuno fa i debiti scongiuri. Ci stiamo riferendo alla jettatura. Chi non ne ha avuto paura? Chi non possiede un portafortuna, un qualcosa atto a scongiurare l’occhio malefico dello jettatore? Chi non ha toccato ferro o non si è toccato?

Lo jettatore, si sostiene, causa disgrazie col potere dello sguardo. Lui, che si evita accuratamente di nominare nei discorsi, perché al solo farlo porterebbe jella, ha potere incredibile. Pirandello ne fece oggetto del bellissimo racconto La patente: un povero disgraziato evitato da tutti, aveva deciso di farsi dare la patente di jettatore “con tanto di bollo regio”. Avrebbe fatto lo jettatore di professione, diversamente, così scansato e avversato, non avrebbe potuto vivere.

La credenza è antichissima. Plinio riporta che, ai suoi tempi, erano molto temuti coloro i quali avevano il potere di colpire con lo sguardo uomini, animali e cose. Cornelio Agrippa precisa che, quella del nostro uomo: “è forza che parte dallo spirito del fascinatore, entra negli occhi del fascinato e giunge fino al suo cuore. Lo spirito è dunque lo strumento della fascinazione”. Apuleio dice allo jettatore: “I vostri occhi entrati attraverso i miei, nel mio interno, mi accesero il fuoco nel fondo del corpo e nel midollo delle ossa” (De Magia). Il nostro Tommaso Campanella così ne scrive di questo potere inspiegabile: “il fascino fa prova della sua forza, perché, mirando con affetto un arbore tenero o qualche fanciullo, lo fan morire. Chi ammira una cosa, inarca le ciglia e vorria aprire gli occhi tanto che gli entrasse la cosa ammirata, per conoscerla e goderla, e, per quell’aprire, manda fuori spiriti avidi della cosa desiderata e ammirata, e quelli si communicano subito nella tenerezza per li pori, e… operano… talché, vinti, li spiriti dell’arboscello o del fanciullo cedono e… s’ammortano” (De sensu rerum et magia).

Lo stesso S. Tommaso d’Aquino sostiene: “Ogni idea concepita dall’Anima è un ordine al quale l’organismo obbedisce (…) essa può del pari produrre o guarire la malattia e non v’è a sorprendersi, perché l’Anima forma del corpo, è una medesima sostanza con esso… L’immaginazione forza il corpo ad obbedirle: essa è nell’Anima un principio naturale di movimento…” (Summa).

Paracelso, dal canto suo, sostiene: “È possibile che per forza della mia volontà io fermi lo spirito del mio avversario in una immagine e arrivi a renderlo deforme o zoppo”. Non andiamo oltre.

Se non bastasse il profilo tracciato da Pirandello, chi volesse, può leggere quello di Alessandro Dumas, sullo jettatore: “Di solito è magro, pallido, col naso aquilino, occhi grandi, che ricordano quelli del rospo, e che è solito coprire con occhiali: com’è noto, il rospo ha il dono della jettatura, tanto che uccide un usignolo con il solo sguardo. Quando incontrate… una persona come quella che ho descritto, guardatevene: quasi sicuramente si tratta di uno jettatore. Se egli vi ha scorto per primo, il male è fatto e non c’è rimedio: chinate il capo e aspettate. In caso contrario, se non ne avete ancora incontrato lo sguardo, presentategli il dito medio teso e le altre dita piegate: il malefìcio sarà scongiurato. Non occorre dire che se portate addosso corni di giada o di corallo non avrete bisogno di dette precauzioni” (Le surnaturel et les dieux d’après les maladies mentales).

Se parlate della cosa con qualcuno vi racconterà di fatti strani verificatisi, per la presenza d’uno iettatore.

Le anziane, per scongiurare jettatura o malocchio, raccomandavano di portare in tasca “’n uocchiu ‘e sali”, ossia un cristallo di salgemma, oppure un piccolo corno, possibilmente di corallo, cosa che accoppia il duplice potere del corno e del colore rosso. Quello che, soprattutto, può neutralizzare lo jettatore, però, sono le corna, fatte chiudendo le dita delle mani e dirizzando quelle dell’indice e del mignolo, il toccare ferro e, per gli uomini il toccarsi.

Plinio registrava, ai suoi tempi i rimedi anti-jettatura (lib. XXII): la ruta, la coda del lupo. Chi ha presenti le nostre antiche “vitturi” (animali da soma), particolarmente i muli, ricorderà che il proprietario poneva ai lati della cavezza code di alcuni animali, proprio per neutralizzare i malefici influssi. Le nostre donne consigliavano di sputare tre volte, dopo il passaggio dell’uomo che possedeva il temuto potere. Consigliavano, inoltre, di non pronunciarne il nome. Il farlo avrebbe causato gravi danni. Proprio se non se ne poteva fare a meno, si suggeriva di indicarlo con: – Chillu (Quello), illu (lui) -. Le credenze popolari sono, però, confortate da quelle di nomi autorevoli. Salomone consigliava di non dividere il pane con chi “ha il potere magico negli occhi” (Proverbi XXIII, 6).

Ernesto De Martino, in Sud e magia, nel 1977, riporta di un pericoloso jettatore: il principe di Ventignano di Napoli. La schiera, però, è lunga.

Ognuno, se domandato sull’argomento, sostiene che son tutte sciocche credenze. Una persona autorevole, però, diceva: – Non è vero, ma ci credo! -.

Giuseppe Abbruzzo

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