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Il lungo e difficile cammino verso la parità di genere

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Esattamente 40 anni fa il Parlamento Italiano, ad iniziativa di un gruppo di deputati, cancellava tre leggi vergognose e permetteva al nostro Paese di fare un passo in avanti verso la parità di genere. Fino agli anni Sessanta erano vigenti nel nostro ordinamento giuridico alcune norme orripilanti come quella sul delitto d’onore – che di fatto garantiva impunità a chi uccideva la moglie o la sorella in seguito a flagrante adulterio – , quella sull’abbandono di minori per motivi di onore e quella, non meno vergognosa, sul matrimonio riparatore. Si trattava di tre leggi che, di fatto, coprivano gli uomini che si macchiavano di delitti tremendi nei confronti delle donne. Quando oggi ci scandalizziamo, giustamente, di fronte alle continue violenze perpetrate nei confronti delle donne, bisognerebbe tenere conto di quanto giovane sia la nostra legislazione in materia di tutela femminile e di come, fino appunto a 40 anni fa, l’ordinamento giuridico italiano sanciva una superiorità dell’uomo rispetto alla donna, riconoscendogli uno status che lo proteggeva e tutelava di fronte ai crimini commessi. Altro istituto vergognoso era quello, in vigore fino a poco più di mezzo secolo fa, dello “ius corigendi”, che conferiva al maschio l’autorità di punire il coniuge, anche con mezzi fisici e percosse, per errori commessi ad insindacabile del maschio . Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che, fino al 1946, le donne in Italia non avevano diritto al voto, ce n’è abbastanza per capire il grado di arretratezza in materia e di come un’imperante cultura maschilista abbia finito per mortificare e relegare per lungo tempo le donne in uno stato di palese inferiorità. Se  ci soffermiamo poi al Sud, e alla Calabria in particolare, è facile osservare come questa condizione di inferiorità sia stata ampiamente più marcata per motivi culturali ma anche ambientali ed economici. La mancanza di   indipendenza economica rendeva la donna ancora più debole e meno propensa ad abbandonare un ambiente che, sebbene viziato, le garantiva la sussistenza.  Molta acqua è scorsa sotto i ponti, il cammino è stato affatto  facile e alcuni retaggi di una cultura maschilista resistono non solo alle nostre latitudini. Il problema di fondo da superare è la concezione della donna come possesso. Così considerata dall’uomo, diviene più facilmente oggetto di violenza nel momento in cui lei decide di allontanarsi. Spesso,  il marito o compagno non si rassegna a perdere ciò che ritiene “suo” e, non infrequentemente, reagisce cercando di annientare fisicamente l’altra, in modo da impedire che possa ricrearsi una vita con qualcun’altro. Da questa errata concezione e dalle vestigia di una cultura che conferiva al maschio maggiori privilegi,  derivano buona parte delle storture che popolano, ahinoi sempre più frequentemente, le  pagine di cronaca nera. Anche in questo campo, un soccorso può e deve venire dalla cultura, dal rispetto dell’altro, oltre che da condizioni legislative di tutela che, già dal primo episodio, impediscano a chi si è macchiato di violenza di avvicinarsi  nuovamente alla vittima. Il braccialetto elettronico e il monitoraggio da remoto possono senz’altro servire a prevenire molti crimini. Oggi chi denuncia, anche ripetutamente, si ritrova, di fatto, sola e esposta a nuove minacce. Un inasprimento delle pene, una maggiore vigilanza e una maggiore tutela di chi è esposto possono sicuramente rivelarsi utili a prevenire nuovi episodi.  Non c’è crimine peggiore di quello che viene perpetrato nei confronti di chi è fisicamente o psicologicamente più debole.

Massimo Conocchia

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