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Autogestione e “scholé”

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In queste settimane in moltissime scuole italiane, soprattutto nelle scuole superiori, si svolgono le attività di autogestione progettate e realizzate da studenti e studentesse. La scuola inverte ordini e ruoli, le aule si aprono, si esce nei cortili, si parla e discute, si fa musica, arte, ci si diverte, evviva! Finalmente! Si torna a toccarsi, a stringersi insieme in attività ludiche di apprendimento collettivo.

Le pratiche di autogestione organizzativa e didattica esercitata dagli studenti sono state istituzionalizzate con la riforma dell’autonomia scolastica di Luigi Berlinguer del 1997. Sono però il frutto di lotte studentesche a partire dal ’68 e poi in tutti gli anni ‘70. È a partire da quel periodo che sorge l’entusiasmo di superare i limiti angusti della vecchia scuola di Stato, patriarcale, gerarchica, classista e maschilista. Si è fatta strada in quegli anni l’idea di pedagogia libertaria che si mette dalla parte degli studenti per andare nella direzione della costruzione di una scuola comunità legata alle reali esigenze formative e creative degli alunni e delle alunne.

Le radici storiche dell’autogestione scolastica vanno quindi cercate nelle lotte delle generazioni nate del baby boom, nel periodo di esplosione delle nascite e di crescita del benessere collettivo, le lotte che rivendicavano le scuole come uno spazio sociale di conflitto intergenerazionale e di crescita personale. Gli studenti rivendicavano una maggiore democratizzazione del mondo della scuola che ha poi trovato una prima risposta nella emanazione dei decreti delegati del 1974, che introdussero organismi collegiali democraticamente eletti dagli insegnanti, dagli studenti e dai genitori degli allievi. La scuola si è aperta al territorio, la società entra nella scuola. In quegli anni si parlava per la prima volta in classe di educazione sessuale, di femminismo, di lotta alla famiglia patriarcale.

Le settimane di autogestione sono state e sono una primavera della vita. Si invitavano musicisti, artisti, scrittori, si produceva educazione “dal basso”.

Nelle settimane di autogestione le regole vengono riscritte, le responsabilità si redistribuiscono in altro modo. I giovani, spesso infantilizzati durante il corso dell’anno con interrogazioni, valutazioni, compiti in classe e controlli quotidiani, si adultizzano, prendono le chiavi della scuola, si assumono responsabilità. Un rituale diffuso di democrazia pratica dal basso.

In queste settimane una progettazione diversa si è insinuata nella quotidianità scolastica che mette il presente al primo posto. I talenti personali degli studenti e delle studentesse, spesso tenute in ombra o nascoste, vengono espresse e messe in piena luce. Si scoprono allora musicisti, pittrici, cantanti, artisti, talenti in erba che vengono esibiti e socializzati.

Quella dell’autogestione è una pratica concordata con docenti e dirigenti, una forma di scambio e di reciprocità diversa dalla routine solita.

Quest’anno poi questo ha un sapore vitale, superata la fase più critica della pandemia stiamo re-imparando la socialità della prossimità, della vicinanza. Sono girati video e registrazioni della vita che è riesplosa nei cortili, l’autogestione come forma di “scholé”, una parola greca che significa tempo libero, per i latini era l’ozio, il tempo piacevole dove agire e sperimentare le proprie disposizioni creative e intellettuali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico immediato. La scuola era in principio la possibilità di occupare piacevolmente il tempo libero, diventa poi lezione, studio, impegno, competenze da acquisire, obblighi formativi. Il tempo dell’autogestione rimette al centro l’idea di “scholé”. È una buona cosa.

Assunta Viteritti

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