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Storia di un bambino coraggioso ai tempi del fascio

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All’epoca dei fatti che qui narreremo “E” aveva sei anni. Siamo nel 1932, in pieno regime fascista. Era un bambino del popolo, obbligato, come molti della sua epoca, a crescere in fretta e divenire, di colpo, adulto in un mondo di lupi, dove l’ostentazione della forza fisica e della violenza sono state elevate a sinonimo di uomo. Non si era uomini se non si picchiava, se non si era in grado di prevaricare sugli altri, donne e bambini compresi. In un siffatto contesto, “E” venne affidato a un massaro che, per 10 lire al mese, lo utilizzava come pastore e garzone di bottega (aiuto macellaio). La scuola era un lusso che non ci si poteva permettere. All’alba sveglia, pane duro di segale e fichi secchi e via per i monti a pascolare, mungere e quant’altro. Non era cattivo il suo padrone: “E” ne serberà un ricordo bello per il resto dei suoi giorni. In autunno c’era da vendere parte del gregge: il regime lo vietava, imponendo a chiunque di portare gli animali e le derrate all’ammasso, dove i gerarchi avrebbero gestito la cosa a loro piacimento, riservando la fetta più grossa per se stessi e le loro famiglie. L’unico modo per sfuggire a questa tagliola era la vendita sottobanco, vietata. Nottetempo si recarono a Cosenza e riuscirono a piazzare gli animali. Con “E” un altro signore più adulto alle dipendenze del massaro. La maggiore esperienza dell’altro , consigliato probabilmente dal padrone, fece sì che il ricavato della vendita venisse cucito nella canottiera di “E”. Nessun malintenzionato avrebbe pensato che i soldi potessero essere in mano a un bambino. Si incamminarono sul far del giorno per fare ritorno a casa. L’alba incipiente con quel clima mite lasciavano presagire una bella giornata. Avevano appena attraversato a piedi il ponte sul Crati e si apprestarono a incamminarsi verso la via del ritorno. “E” si sentiva orgoglioso per il fatto che gli fosse stato affidato una compito così gravoso, quale quello di custodire e proteggere una grossa cifra. Vennero sorpresi non dai malviventi ma dai carabinieri, che chiesero conto del loro essere in quella situazione e della provenienza di una grossa cifra di denaro, peraltro in mano a un bambino. Si rifiutano di rispondere. Portati in caserma, vennero interrogati singolarmente. Su di “E” si accanì un brigadiere particolarmente “zelante” che, con fare deciso e minaccioso, intimò al bambino di dire di chi fossero quei soldi e da dove venissero, dicendo, oltretutto, che l’altro aveva confessato, per cui era inutile mentire. “E” non ci cascò e continuò ad essere reticente. A quel punto venne spogliato e picchiato con un frustino sulla schiena (ne porterà i segni per il resto della sua vita). Stremato dalle botte, si rifiutò di rispondere fino a quando perse i sensi. Fatto riprendere  con acqua gelida, venne condotto insieme all’altro nel carcere di Cosenza. Il carcere deve essere un’esperienza terribile per chiunque, non osiamo immaginare come potesse essere vissuto da un bambino, rinchiuso in cella dopo essere stato massacrato di botte. Quel luogo terribile – racconterà poi – gli parve meno brutto della caserma, almeno lì non era solo. Fu a quel punto che l’astuzia dell’altro compagno di avventura si rivelò salvifica: buttò 5 lire verso uno che puliva il corridoio dicendogli di correre dall’avvocato Francesco Spezzano, che aveva casa a Cosenza, pregandolo di accorrere in quanto avevano arrestato il loro datore di lavoro, amico fraterno dell’avvocato. La cosa non rispondeva ovviamente al vero ma la bugia era necessaria per far sì che l’avvocato si precipitasse in carcere. Lì giunto, Spezzano capì l’espediente e si mise comunque a disposizione. Dalla canottiera del bambino veniva fuori del sangue e l’avvocato non ebbe bisogno di chiedere alcunché: ciò che i suoi occhi gli offrivano era fin troppo eloquente. Si recò dal capo della stazione di carabinieri, dicendogli che se non li avesse liberati subito sarebbe ricorso al prefetto e avrebbe fatto uscire la notizia che il regime torturava i bambini. Dopo qualche ora i due erano in libertà grazie alla bravura e alla determinazione di Francesco Spezzano. Quell’esperienza terribile fece sì che “E” guardasse al fascismo con orrore per il resto dei suoi giorni. Non c’era ideologia in lui, quella terribile esperienza della sua infanzia fu sufficiente per sapere da quale parte stare. Quando, verso il crepuscolo, sentiva in Tv notizie di gruppi di nostalgici che inneggiavano al Duce o che addirittura si recavano davanti alla tomba per omaggiarlo col saluto romano, cambiava subito espressione, si adombrava, non parlava ma il suo viso era più eloquente di qualunque discorso. La storia, anche quella più o meno recente, non sempre è maestra di vita e l’uomo, non infrequentemente, è portato a ripetere gli stessi errori. L’attuale presente di guerre e violenze di un popolo verso l’altro ne è un’ulteriore evidenza. Tra le tante cose che quell’uomo ha lasciato c’è sicuramente la determinazione nel perseguire ogni forma di prevaricazione e di violenza. Quanto al coraggio, ci sarebbe piaciuto ereditarne la gran parte ma, probabilmente, i tempi e le condizioni diverse, generano uomini e tempre diverse.

Massimo Conocchia

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