Il brigantaggio postunitario e le teorie lombrosiane: l’ennesimo schiaffo alla nostra gente

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Il brigantaggio postunitario è stato un fenomeno totalmente diverso da quello precedente e per varie ragioni. Anzitutto, non si trattava più di un fenomeno ridotto nelle sue dimensioni e, per certi versi, “isolato”. Il brigantaggio postunitario è stato essenzialmente un fenomeno sociale, più organizzato e con forti connivenze col tessuto sociale. Si è trattato, in definitiva, di una reazione, violenta, sanguinaria a ingiustizie, soprusi e tradimento di quanto era stato promesso. La condizione del popolo precipitò ulteriormente, nuove tasse, tra cui quella sul macinato (che finiva per far pagare il prezzo più alto ai ceti più poveri), la leva obbligatoria portata a sette anni, etc. Le ingiustizie e i soprusi si triplicarono e, spesso, il darsi alla macchia era vista come l’unica via di uscita.

Vincenzo Padula ci aiuta a capire meglio la differenza tra i due brigantaggi: “ Finora avemmo i briganti, ora abbiamo il brigantaggio; e tra l’una e l’altra parola, corre grande divario. Vi hanno i briganti quando il popolo non li ajuta, quando si ruba per vivere, e morire con la pancia piena; vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo, allorquando questo lo ajuta gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni. Or noi siamo nella condizione di Brigantaggio ” (da “Il Bruzio”, n 46 del 6 agosto 1864).

Di fronte a quello che divenne, dunque, un fenomeno esteso e con forti connivenze con tessuto sociale, inteso come reazione al sopruso e alle ingiustizie, quale fu l’atteggiamento del neonato Stato Italiano, ossia dei Savoia? Una repressione feroce, pura e semplice da un punto di vista strettamente militare, che trovò la sua espressione con la Legge Pica, che di fatto autorizzò l’esercito ad affrontare con la forza e la repressione quelli che venivano sostanzialmente visti come delinquenti comuni. Feroce repressione, dunque,  con fucilazioni, condanne a morte. Nessuno pensò che probabilmente quella strategia non era la strada migliore, ma l’interesse del neo Stato era reprimere il fenomeno, non certo capirne le cause. Ciò che troviamo orripilante è il fatto che in questa lotta intervennero alcune scellerate e assurde teorie scientifiche, come quelle propinate da Cesare Lombroso, che presentavano i briganti come persone geneticamente portate a delinquere. Il fenomeno fu, dunque, col supporto di questi cosiddetti scienziati, declassato da reazione sociale a problema puramente genetico, verso il quale lo Stato non poteva fare altro che affrontarlo con decisione e fermezza. In buona sostanza i calabresi nascevano delinquenti e violenti, geneticamente portati al delitto. La forma del cranio e dei  volti dei briganti venivano portati come esempi di gente predestinata al delitto e alla violenza. Li “fisiognomica”, dunque, interveniva a supporto dell’azione puramente repressiva dello Stato. Inutile sarebbe stato intervenire per migliorare le condizioni di vita dei calabresi, nulla avrebbe potuto cambiare la loro innata attitudine a delinquere. Il tutto con il tacito assenso di una classe dirigenziale meridionale, compresi i pochi parlamentari, tranne uno, Luigi Miceli. Il Miceli fu l’unico a far sentire la propria voce dissonante, dichiarando apertamente che la pura e semplice repressione non era la strada giusta, essendo il brigantaggio, a suo modo di vedere, diretta conseguenza di miseria, ingiustizia e oppressione perpetrata dai latifondisti ai danni della povera gente. La sua voce rimase inascoltata, mentre il medico  lombardo veniva applaudito nei consessi scientifici nazionali e internazionali per le sue aberranti e pericolose teorie.

Nessun revisionismo da parte nostra, sia chiaro, ma una seria riflessione su ciò che è accaduto dalle nostre parti all’indomani del processo unitario, riteniamo, non sia ancora conclusa, per lo meno nella misura di un’adeguata valutazione di alcuni fenomeni sociali, il cui tentativo di inquadramento storiografico è stato  frettolosamente e inopportunamente liquidato come filoborbonismo.    Ad ulteriore riprova di come il brigantaggio postunitario, non fosse un tentativo di restaurazione, citiamo gli scritti del generale spagnolo Josè Borjes, che fu a capo di una spedizione per tentare di riportare i Borbone sul trono. Borjes venne nel Meridione convinto che i briganti avrebbero combattuto per la causa borbonica ma dovette convincersi del contrario. Finì fucilato dai bersaglieri a Tagliacozzo; lasciò, fra l’altro, un diario trovato sul suo corpo.

(Bibliografia essenziale: Cingari G.: Briganti, proprietari e contadini nel Sud; Hobsbawn E.J. I Banditi; Molfese F. Storia del brigantaggio dopo l’Unità; Il Bruzio, n. 46 6 agosto 1864  (Ed. Fondazione V. Padula); Tigani Sava F.: Briganti di Calabria; “Confronto” anno X n. 5, maggio 1985, pag. 3).

Massimo Conocchia

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