“Che ci faccio qui?”: storia di un uomo che si sta perdendo
Avrà avuto all’incirca 70-75 anni, ben vestito, curato. Se ne stava seduto su una panchina in uno dei parchi principali della città. Ci fermammo a quella stessa panchina per riposarci un attimo dopo la corsa quotidiana.
Ci osservava con insistenza ma non osava parlare. Due piccoli leprotti si divertivano a salterellare davanti a noi, incuranti e indifferenti alla nostra presenza. Quella che una volta era ritenuta “selvaggina” ha da tempo familiarizzato col genere umano. Cinghiali, lepri, volpi, cervi, fanno orami parte del nostro quotidiano e non è infrequente ritrovarceli davanti nelle città o nei paesi. Il saltellare ritmico e il rotolarsi dei piccoli animali aveva catturato per un po’ la nostra attenzione.
D’improvviso, il nostro vicino, rivolto a noi ci chiede: “Che ci faccio qui?” – “Prego?” replichiamo. “Mi trovo qui da non so quanto tempo e non ricordo come ci sono arrivato né riesco a ricordare come ritornare a casa”. Pensammo di chiedergli i documenti ma ci assalì il dubbio di potere essere fraintesi. Tramite un amico che lavora al comune, riusciamo a risalire all’assessorato ai servizi sociali. Da lì a poco arrivano due vigili con una persona che si occupa di servizi e disabilità.
Dietro quell’incontro, apparentemente insignificante, si nascondeva, in realtà, un dramma notevole. L’uomo, affetto da una forma moderata di demenza, assisteva a sua volta la moglie, invalida. Da tempo aveva smesso di controllarsi al Centro UVA (quello specifico per Alzheimer e deficit cognitivi) per paura di essere messo in una RSA e dovere abbandonare la moglie. D’improvviso, l’uomo recuperò la memoria e fu in grado di riferire dove abitava e le sue generalità ai vigili, che insistevano, insieme all’assistente sociale, per accompagnarlo al PS per lo meno per una TAC e una valutazione neurologica.
L’uomo si aggrappò letteralmente alla mia presenza: “il signore è un medico, potrà confermarlo lui che non vi è nulla di grave”- disse con occhi supplicanti. In un attimo fummo assaliti da un dubbio atroce: insistere perché lo portassero al pronto soccorso o ridimensionare l’evento, assecondando il paziente nel suo desiderio di potere ritornare dalla moglie, a sua volta bisognosa. Il dubbio durò qualche istante, dopo di chè confermai che, in effetti, non ci fossero grossolani deficit tale da indurre a portare il paziente in ospedale contro la sua volontà. Insistemmo, però, per accompagnarlo.
Una volta in casa, ci apparve in tutta la sua interezza quel dramma solo annunciato prima. La moglie era emiplegica e allettata. L’uomo era l’unica persona che le era rimasta. Avevano avuto due figli, affetti da malattia rara e morti a 18 e 23 anni. La donna era stata colpita da ictus qualche anno dopo la scomparsa dell’ultimo ragazzo.
Erano soli al mondo ed erano riusciti ad attraversare le tempeste remando insieme in un mare mosso fino a quando lei non era stata più in grado di remare e l’unico marinaio stava gradualmente rischiando di perdere la bussola e, dunque, la rotta. Riuscii a convincere l’uomo a riprendere a curarsi, affidandolo a una Collega che si occupa prevalentemente di queste cose. L’attivazione del servizio di cure domiciliari ha contribuito non poco ad alleggerire l’uomo che, grazie anche a una terapia farmacologica mirata sembra avere rallentato il decorso di una malattia cronica e progressiva. Il sole splende ancora, domani è un altro giorno, il resto si vedrà.
L’evento ci ha turbato non poco perché ha messo maggiormente in risalto le nostre fragilità e come nella vita puntellarsi e sostenersi a vicenda conti di più di mille altre cose che negli anni verdi appaiono attraenti e che, mano mano che procediamo e scopriamo le nostre debolezze e le insidie quotidiane, ci appaiono in tutta la loro minuscola rilevanza.
Massimo Conocchia















