Protesta dei greci-albanesi

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L’8 ottobre 1864 Niccolò Ieno de Coronei, Raffaele Mauro, Giuseppe Bellusci, Antonio Aiello, Angelo Marini, Innocenzo Mazziotti, Angelo Mauro, Federico Bellusci, Donato Tocci, Nicola M.a Tocci, Paolo Tocci, Cosmo Baffa, Giuseppe Serembe, Guglielmo Tocci sottoscrissero una petizione invita al Consiglio Provinciale di Cosenza. Vi si fa la storia della venuta dei “Greci-Albanesi”, del loro stabilirsi in vari luoghi, dove: “edificarono Chiese per conservare il rito dei loro padri che tutt’ora mantengono. In Napoli la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo dei Greci fu dotata da re Carlo V. In seguito vi fu aggiunta un’Arciconfraternita con regole sovranamente approvate. – Nella medesima si ammettevano indistintamente quelli che dimoravano in Napoli, discendenti dai primi Greci, e quelli che venivano dalle colonie o dal levante. Ed i Parroci spesso appartenevano alle colonie Italo-Greche”. Col passare del tempo, si lamentava: “i Greci del levante volevano rendersi padroni esclusivi della Chiesa ed i soli che avessero dritto ad essere fratelli”.

Tanto appariva strano per i firmatari, perché la chiesa, fondata nel 1518, le regole stese nel 1536 e riapprovate nel 1764, davano “dritto ad essere fratelli ai soli nazionali Greci, ossia a quelli della nazione Greca. Come se i Greci venuti in Napoli non si fossero dichiarati cittadini napolitani, avendo abbandonato la loro patria; come se nel 1467, epoca nella quale venne in Napoli Tommaso Paleologo, nel 1536 epoca delle prime regole, nel 1764 epoca delle seconde capitolazioni vi esistesse ancora la nazione Greca, che fu conquistata dai Turchi, dai quali la Morea si sottrasse or sono 40 anni; come se i Greci delle isole Jonie, di cui molti erano e sono fratelli sin dal XIII secolo soggetti ai Veneziani, od altri di Giannina e dei paesi ancora posseduti dal Turco si potessero chiamare nazionali Greci. Forse un giorno saranno tali, ma non vi è alcuno che di presente possa per tali battezzarli. Cosa maggiormente strana è poi l’intendimento dei Greci di levante di voler escludere i discendenti ed i compagni di coloro che la Chiesa fondarono”.

Si aggiungeva che la chiesa rivendicata era parrocchia e l’economo curato formava “la lista dei nati per essere bussolati nelle leve”. Sotto i Borbone, con sovrano rescritto del 27.10.1858, “si ordinava che fossero ammessi a far parte dell’Arciconfraternita i Greci Albanesi delle colonie del Regno”. Nel 1860 “altri Greci del levante la maggior parte Turchi, ossia appartenenti alle provincie della Turchia, intrusi come fratelli volevano del tutto far dichiarare la Chiesa straniera, ossia prendersi ciò che appartiene agl’italiani, a quelli che adottarono per loro patria questo suolo, che hanno sparso il loro sangue”. Denunciavano, ancora: “dobbiamo vedere i levantini ricettati fra le nostre mura, esonerati da qualunque peso, con le mani in cintola sorbendo un caffè e fumando il cibuk, pretendere che i beneficii, i sudori nostri, la nostra terra ridontino (sic) a loro solo vantaggio.

Dobbiamo soffrire sì grave oltraggio nella nostra casa (…) Noi discendenti di coloro che fondarono la Chiesa o che furono di essi compagni di sventura, dobbiamo stando in Napoli non poter celebrare nella nostra Chiesa, non battezzare i nostri fanciulli nel rito dei nostri padri, non poterne adorare il Dio, mentre che qui in Calabria vi è un Collegio Italo-Greco, gloria della nazione, e dove, secondo le regole non è vietato ai levantini di esservi ammessi”.

Si ribadiva che col sovrano rescritto del 1858 gli “Albanesi delle colonie hanno acquistato un dritto che non gli può essere tolto. Una dichiarazione ora di doversi adire i Tribunali ordinarii sospende nel fatto un dritto acquistato. Porrebbe inoltre gli Albanesi in una condizione più dura di quella dei Greci levantini, poiché amministrando questi i danari della Chiesa se ne servirebbero come per lo passato a sostegno delle loro pretese, e gli Albanesi delle colonie dovrebbero spendere del loro.

Oltreacciò è incontrastabile che la Chiesa fu dotata da Re Carlo V, che la stessa sia una Parrocchia di Napoli, che i battezzati in essa vanno soggetti alla leva. Or come potrebbe il Governo del Re d’Italia abbandonare la sua giurisdizione, e farsene spogliare al presente che rivendica pei suoi figli i dritti imprescrittibili d’indipendenza e di dominio del suolo che calpestiamo?

In fin dei conti il solo timore, od il difetto della coscienza della propria forza potrebbe far adottare un temperamento così ingiusto di ordinare che si adiscano i Tribunali ordimarii, e volersene uscire come suol dirsi per il rotto della cuffia. Ed i Greci del levante precisamente questo desiderano, perché avrebbero così la causa vinta”.

I formatari chiedevano, dopo avere esposte le loro ragione, al Consiglio Provinciale “di difendere i dritti dei loro elettori facendone analoga rimostranza al Ministero, affinché il Questore di Napoli qual Commissario Regio, Autorità voluta dalle regole, esegua senza ritardo il Sovrano Rescritto dell’ammissione dei regnicoli Greci nell’Arciconfraternita dei SS. Pietro e Paolo dei Greci in Napoli”.

Chi vuole sapere cosa seguì alla rimostranza non ha che da fare le debite ricerche.

Giuseppe Abbruzzo

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