Scena muta
Un piccolo gruppo di studenti (prima in Veneto, poi a Firenze) ha scelto di rimanere in silenzio durante l’orale dell’Esame di Stato, come forma di protesta, a loro dire “contro il sistema scolastico”.Il caso più recente riguarda uno studente fiorentino che, pur avendo già la sufficienza (62/100), ha rifiutato l’orale per dichiararsi «contro il sistema».
La sua scuola è una scuola privatae lo studente proviene da un istituto steineriano del Lazio. Quali le reazioni della commissione d’esame? I professori hanno risposto con una lettera aperta al ragazzo, definendo il suo gesto come”immaturo”, “contraddittorio” e anche una sorta di “furbata”.
Questa la commissione, e i docenti della scuola? A parere dei docenti, maturità significa affrontare con coraggio e coerenza anche ciò che non si condivide e hanno anche sottolineato la contraddizione di rifiutare il sistema pur beneficiando di scelte scolastiche privilegiate (come quella della scuola paritaria). Hanno risposto così: “Se non credi nella valutazione, perché accetti il diploma?”.
Senza perdere tempo non si è fatta attendere la risposta del Ministro Giuseppe Valditara, il quale ha subito annunciato una riforma dell’esame di Stato: dal 2026: chi si rifiuta volontariamente di rispondere all’orale dovrà ripetere l’anno. Ha inoltre sottolineato che lo studente/studentessa che ha un blocco emotivo sarà aiutato mentre chi dichiara di voler boicottare l’oralecon il silenzio sarà bocciato.
Lo scopo, parole del Ministro è di evitare che comportamenti “strumentali” che svuotano di senso l’esame. Diverse altre voci si son alzate nella laura estiva. Il pedagogista Enrico Bottero, ad esempio, ha invece apprezzato la protesta che ha portato all’attenzione pubblica una questione fondamentale: il significato della valutazione.
Il pedagogista, che svolge il ruolo di divulgatore pubblico sul valore della pedagogia popolare, sottolinea come l’attuale sistema sia divenuto solo competitivo e poco empatico, e propone un’alternativa: la valutazione tramite “capolavori” individuali, ispirata alla pedagogia Freinet, pedagogista e educatore francese, fautore della pedagogia popolare. L’invito, che viene da diverse parti e non da ora, è quello di ripensare l’organizzazione didattica italiana, ancora basata su valutazioni standard e competitive. l
Altre voci si sono levate tra cui quella di Leonardo Alessi, presidente della Fondazione Scuole Libere (che gestisce la scuola del ragazzo) che difende lo studente. A suo parere il rifiuto dell’orale è indice di un disagio reale e critica l’idea di rendere l’orale obbligatorio pena bocciatura, e invita a recuperare il valore educativo del sacrificio, senza trasformarlo in imposizione punitiva. Non sono mancate le facili reazioni politiche, ai due opposti.
Da un lato Rossano Sasso (Lega) per il quale “la scuola è una cosa seria, basta scorciatoie progressiste” e dall’altro Paolo Notarnicola (della Rete degli Studenti Medi) per il quale: Il governo reprime il dissenso, invece di interrogarsi sul disagio e le richieste dei ragazzi. Cosa si può trarre da questi fatti di cronaca che velocemente assumono peso sul piano mediale? Il caso dello “studente muto” ha sicuramenteaperto un dibattito più ampio sul ruolo dell’esame, sul significato della valutazione, e su come la scuola debba affrontare le richiestegiovanili.
Le posizioni, almeno sul piano mediale, restano però abbastanza polarizzate: dal un lato la posizione normativo/istituzionale (un tantino repressiva nelle parole) del Ministro Valditara) il quale afferma la necessità di dover garantire serietà e responsabilità attraverso obblighi e sanzioni, dall’altra si muovono posizioni che fanno riferimento a una visione educativa più critica (che viene dalla pedagogia progressista e anche dall’interno della scuola): riformare l’esame di Stato e in generale le forme di valutazione in chiave partecipativa e empatica, ascoltando i segnali di disagio e le richieste di miglioramento da parte degli studenti.
La calura estiva non ha fatto mancare la mediatizzazione di fatti di cronaca che segnalano, per fortuna, che anche l’agire individuale conta. Che pochi casi di “voce silenziosa” degli studenti diventano un grido che reclama libertà e ascolto per una scuola, quella italiana, ancora troppo lontana dall’ascolto della differenza e troppo intenta all’ossequio normativo che, come sempre, diventa il solo argine retorico davanti al dissenso.




















