Generazione ansiosa

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Nel saggio, divenuto bestseller. La generazione ansiosa (tradotto da Rizzoli nel 2024), Jonathan Haidt, psicologo statunitense,analizza la crescita dei disturbi d’ansia e depressione tra i più giovani, in particolare quelli della Generazione Z (i nati dopo il 1996). L

L’autore collega questo fenomeno ai profondi cambiamenti culturali e tecnologici avvenuti a partire dagli anni 2010, concentrandosi soprattutto sul ruolo degli smartphone e dei social media. Dalla metà degli anni 2010, le statistiche evidenziano un aumento di disturbi di natura psicologica tra adolescenti e giovani adulti. l

Il punto di svolta individuato da Haidt coincide con il 2012, anno in cui l’uso dello smartphone e delle piattaforme sociali è diventato capillare tra i giovanissimi. Secondo Haidt, l’uso intensivo dei social media ha trasformato la socializzazione giovanile, spostandola dal mondo reale a quello virtuale.

La continua esposizione a immagini idealizzate online ha accentuato la percezione di inadeguatezza, amplificando isolamento e fragilità emotiva. Questa “disconnessione sociale” rischia di sostituire le esperienze autentiche con interazioni filtrate, ostacolando lo sviluppo di competenze emotive ritenute fondamentali. Parallelamente, in molti contesti educativi si è diffusa la cultura genitoriale della “sicurezza psicologica”, che mira a proteggere i giovani da situazioni emotivamente scomode.

Haidt osserva che, sebbene nata da intenzioni positive, questa tendenza all’interno delle famiglie ha ridotto la capacità di affrontare il disagio e le contraddizioni, rendendo i giovani meno preparati alle sfide esistenziali. Nei campus americani si è assistito alla nascita di “spazi sicuri” e politiche contro le micro-aggressioni.

Tali misure, secondo Haidt, possono però contribuire a rafforzare l’ansia, scoraggiando il confronto con opinioni divergenti e il superamento di difficoltà. L’eccessiva protezione finisce infatti col frenare la crescita personale e la tolleranza alla frustrazione.

Attraverso la lente della psicologia evolutiva, Haidtanalizza come i nativi digitali siano cresciuti in un ambiente completamente diverso rispetto alle generazioni precedenti. La costante connessione digitale sta modificando lo sviluppo cognitivo ed emotivo, dando origine a giovani più sensibili ma anche meno resilienti, incapaci di gestire in modo efficace stress, incertezze e fallimenti.

Un altro elemento centrale del libro è la cultura del “tutto è dovuto”, secondo cui i giovani si aspettano risultati immediati senza affrontare disagi o sforzi prolungati per ottenergli.

Questo atteggiamento favorisce una forma di “ansia anticipatoria”, ovvero la tendenza a percepire ogni ostacolo come una minaccia insormontabile, riducendo ulteriormente la capacità di affrontare la realtà. La fragilità emotiva giovanile ha effetti anche a livello sociale.

Haidt sottolinea come la bassa tolleranza allo stress abbia influito sulla partecipazione politica, favorendo polarizzazione, radicalismo ideologico e visioni semplificate della giustizia sociale.

La richiesta di cambiamento immediato, spesso slegata da un’analisi strutturale dei problemi, deriva da questa difficoltà a tollerare l’incertezza e la complessità. Pur vivendo in una società ossessionata dal benessere i giovani rischiano di risultare meno felici. Haidt attribuisce questo paradosso alla ricerca compulsiva della realizzazione personale, alimentata da social media e standard irrealistici.

La felicità autentica nasce invece da obiettivi significativi, relazioni profonde e capacità di superare le difficoltà: tutti elementi che richiedono tempo, fatica e maturità emotiva. Haidt propone alcune azioni concrete per contrastare l’epidemia di ansia giovanile: ridurre l’uso dei dispositivi digitali, incentivando la socializzazione reale; educare all’autonomia emotiva, aiutando i giovani a gestire il disagio senza evitarlo o reprimerlo; riformare il sistema educativo, rendendo scuole e università luoghi di confronto, crescita e costruzione della resilienza; investire nella prevenzione, con programmi di alfabetizzazione emotiva e salute mentale sin dall’infanzia.

La generazione ansiosa è un’analisi lucida e documentata di come trasformazioni culturali, tecnologiche e pedagogiche rischiano di rendere le nuove generazioni più vulnerabili.

Tuttavia, il libro non si limita alla diagnosi: offre anche una visione costruttiva per favorire un cambiamento culturale orientato alla responsabilità, alla maturità emotiva e al benessere duraturo di giovani e adulti di riferimento. Una lettura che suggerisco a insegnanti, genitori e giovani adulti.

Assunta Viteritti

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