Streghe e stregonerie
Un argomento che appassiona non molto e non molti è quello delle streghe e della stregoneria. La nostra Cultura popolare è piena di racconti fantastici, che mettevano i brividi addosso a piccoli e grandi, quando le anziane ne raccontavano, facendo i dovuti scongiuri. Loro dicevano subito, a evitare guai, da parte delle magare: Chiùmmu alli ricchj sua cientu cantàri (Siano tappati con cento quintali di piombo le loro orecchie), a evitare eventuali rivalse.
Una narratrice informava che le magare si riunivano con le altre e col diavolo sotto il noce di Benevento, e precisavano: E sutt’acqua e supra vìentu / alla nuci ‘e Bonivientu!
Su questo cediamo a un antico autore: “Quello è il luogo, al dire de’ Stregoni e delle Streghe, dov’egli (ndr il diavolo) esercita la sua più grande autorità, e si fa vedere sotto una figura sensibile, ma sempre orrida, deforme, e terribile, sempre di notte, in luoghi rimoti, e con un apparato più lugubre che lieto, più triste, e melancolico che maestoso, e giocondo. Se colà si fanno adorazioni al Principe delle tenebre, egli si fa vedere in una positura indegna, e sotto una vile, spregievole, orrenda figura; se si mangia, le vivande sono insipide, e rozze, né satollan la fame, né dan gusto al palato; e se si danza, tutto è senz’ordine, senz’arte, senza convenienza”.
È così che, pressappoco dicevano le nostre anziane di quei convegni notturni. Il citato autore, però, a differenza loro dice: “Voler fare una descrizione del congresso notturno egli è un voler descrivere ciò che non esiste, e non vi fu giammai”. Allora perché scriverne? Per pura curiosità o per altro? Faccia ognuno, soprattutto per quanto si dirà. Qualcuno dice che quell’assemblea annuale si teneva in una notte magica, quella di S. Giovanni: il 24 giugno.
Due autori italiani, Giambattista Porta e Giovanni Vierio dicono di conoscere la composizione dell’unguento col quale le magare si strofinano. Proprio così: si strofinano con un unguento prodigioso, senza il quale non potrebbero recarsi all’appuntamento. I due autori smagano il tutto e scrivono che l’unguento è a base di molte droghe narcotiche, che hanno il potere di produrre, in chi lo usa, un sonno profondo, nel corso del quale s’immagina di essere trasportate al Saba. L’effetto, dunque, è dovuto alle droghe, che trasportano in un mondo irreale.
Si diceva, da parte di chi raccontava e scriveva di queste cose, che il diavolo marchiava gli adepti, ma non prima dell’età di venticinque anni.
Una precisazione non guasta. Orazio, poeta latino, per le riunioni notturne – all’epoca non si parlava di diavolo. Non era stato ancora “inventato” – usa il vocabolo Coticia, col quale indica i congressi notturni dei maghi.
Non guasta chiamare in causa un uomo di chiesa: Leidrado Agobardo, vissuto all’epoca di Ludovico il Pio, che divenne arcivescovo di Lione e assurse agli onori degli altari. Egli scrisse un trattato riportando che, all’epoca sua, vi era chi credeva che tempeste, grandinate, fulmini fossero opera di stregoni chiamati Tempestarii, che a loro piacere facevano scoppiare quei fenomeni denominati aura levatitia. Su tali credenze si può leggere “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi” di Giacomo Leopardi.
Il libro Malleus maleficarum, cioè martello degli stregoni è il manuale della Santa Inquisizione. Vi diamo un minimo saggio, traducendo. Una donna, esaminata dagli inquisitori, assicurava (o le estorcevano, con torture) che lei andava col corpo dovunque desiderasse, anche in luoghi lontani malgrado fosse stata astretta in prigione. Allora, le fu imposto dagli inquisitori, di andare in un determinato luogo, parlare con certe persone, riportando delle notizie. La donna promise di eseguire. La rinchiusero in una stanza; si distese per terra, come fosse morta; alcuni, vi entrarono, la scossero, rimase immobile. Le bruciarono i piedi con una candela e la donna rimase insensibile. Ritornata in sé fece resoconto della commissione, affidatale. Le chiesero cosa avesse al piede e non seppe rispondere. Gli inquisitori le dissero quanto era avvenuto; e, si legge, che la donna riconobbe il suo inganno, domandò perdono, promettendo di non crede mai più nella stregoneria.
Questo si scrive in quel libro, che è una vergogna, mentre nell’intento dell’autore o degli autori vuol essere una giustificazione dei loro misfatti commessi in nome di una Croce.
Abbiamo voluto scrivere, anche se brevemente, sull’argomento, per evidenziare che maghi, streghe ecc. non esistono. Abbiamo, inoltre, voluto precisare la pericolosità delle droghe che affliggono, soprattutto il nostro tempo. Esse trasportano in un mondo fantastico e inesistente, perciò, ci associamo al grido: evitate quest’uso che non solo fa fantasticare, ma in molti casi conduce alla morte. Infine, quanto riportato risulta attuale se si tiene conto che il “mondo” del quale s’è detto, ritorna alla mente, perché molti di quei miseri finirono al rogo come untori.
Giuseppe Abbruzzo
















