Testimonianze degli anni 1930

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L’Istituto di Economia Agraria, istituito con Regio Decreto del maggio 928 e regolato dai successivi emanati nel 1932 e 1934, era un ente parastatale con personalità giuridica e gestione autonoma. Era sottoposto al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste.

Fra gli altri compiti aveva quello di “promuovere ed eseguire indagini e studi di Economia agraria e forestale”.

Nell’indagine, condotta dal prof. Giovanni Lorenzoni, dell’Università di Firenze, pubblicata nel 1938, riguardante “L’ascesa del contadino italiano nel dopoguerra (ndr ‘15-18)”, si evidenziava: “Nessun bene materiale è forse così ardentemente desiderato dagli uomini come la terra”; si sottolineava: “Essa (ndr la terra) è la faccia visibile della patria, è il suo corpo, per il quale siamo pronti a combattere ed a morire”.

Questo bene, però, esisteva “in quantità limitata – precisava l’autore -, solo in piccolissima parte aumentabile, strappandolo alle acque, alle paludi, ed ai deserti. È un bene monopolistico al possesso del quale tutti aspirano per i vantaggi che porta con sé, come fonte di indipendenza per chi ne possegga quantità bastevoli al proprio sostentamento”

Si faceva rilevare che questo bene era “vivamente conteso fra gli uomini” e giù altre argomentazioni.

Ne scriviamo per dare qualche spunto a chi volesse studiare quel periodo e sull’argomento.

Riguardo ad Acri, infatti, dopo avere elencato altri paesi si precisa: “incontrammo altri riusciti esempi di colonizzazione contadina del latifondo”.

L’autore, data la scarsità di terra buona da lavorare, scrive: “Maggior lavoro, minor consumo, ecco in quattro parole come si affronta la crisi. Pure, mangiare bisogna, e chi non abbia terra sufficiente né trovi lavoro, che fare?”. Un esempio è il seguente: “Così ad Acri, nella Sila greca, un gruppo di artigiani nella estate del 1936 mi diceva: «Non abbiamo lavoro, neanche lavorando a credito, neanche contentandoci del solo vitto; perciò abbiamo preso in affitto terreni sodi e vuoti sulla Sila, a tre ore di cammino da qui, e li coltiviamo a patate. Per quindici giorni dormiamo lassù, in piccoli ripari improvvisati con un po’ di frasche e di fango, ove non si sta che sdraiati, poi rechiamo alla famiglia affamata il raccolto se le intemperie non ce lo abbiano distrutto o decimato»”.

Amara dichiarazione! Ci sembra di riudire i Cristi in carne e ossa del Padula!

La nota riportata è triste. Dall’Unità d’Italia a quegli anni, in cui si dice che si stava bene, non era cambiato nulla!

Sotto un capitoletto dal titolo “Miglioramento intellettuale e morale” si tratta trionfalisticamente della lotta all’analfabetismo e si portano ad esempio Piemonte e Lombardia.

Si fa il punto sugli asili infantili. Si riporta un esempio, riguardante il nostro paese. L’autore dice di ricordare “l’orgoglio invece con cui qua e là mi si mostrano Asili di nuova costruzione, assai belli e luminosi, come quello di Acri in Calabria”.

Peccato che l’autore non ricordi che quell’Asilo si doveva alla umanità di Franco Giannone, ufficiale caduto nella I guerra mondiale. Quell’atto altamente umanitario, che diede vita all’Ente Giannone, ora pochi lo ricordano. Va ribadito che quell’istituzione non fu opera dello Stato ma di un privato.

Riguardo le scuole elementari in Calabria si scriveva: “su 233.000 obbligati 173.700 iscritti”; le cifre ci sembrano irreali dato che a fine anni 1950 l’analfabetismo, dalle nostre parti era ancora altissimo!

Giuseppe Abbruzzo

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