‘U cerbùnu, cappello alla calabrese: Simbolo di Libertà
Chi ha letto il mio saggio su Giovan Battista Falcone ricorderà che gli si attribuiva, come addebito, di portare il cappello alla calabrese.
Questo era il simbolo del liberale calabrese, del rivoltoso.
Questo cappello a pan di zucchero e infiocchettato era portato dai calabresi un po’ piegato sul lato sinistro e, adorno di fettucce multicolore, cascanti su quell’omero.
Alcuni lo identificano col cappello indossato dai “briganti”, ma va tenuto presente quanto sopra precisato.
In uno scritto del 1896, nello scriversi di cappelli si riporta: “I cappelli (feltrati) si producono in ogni provincia”. Successivamente si precisa: “Però si ritenga che laboratori di cappelli ne esistono in tutta l’Italia: in certe regioni poi si producono cappelli di fogge speciali, tra cui vogliamo nominare il ben noto cappello alla brigantesca che porta il nome di cervone”.
Bene! Questo è quanto si pensava in Italia, ma in Calabria si sapeva benissimo quanto precisato più sopra.
A questo punto qualcuno dei Lettori si sarà posta la domanda del perché il riferimento al “brigante”?
Questo, si era accreditato da qualche “sapientone nostrano”, e si è precisato, ancora, che il “brigante” avesse una sua “divisa”. Niente di più falso. Il “brigante” vestiva né più, né meno come un calabrese qualsiasi, ma con stoffe più pregiate e con finimenti ricercati.
Altra domanda certamente riguarderà l’associazione dl cervone al simbolo rivoluzionario.
I “briganti”, contrariamente a quanto si è voluto farli apparire, erano dei rivoltosi contro il potere costituito, che aveva tradito le loro aspettative. Vi erano degli episodi di delinquenza comune, ma erano commissionati dai cosiddetti manutengoli, che appartenevano al ceto benestante e che non furono mai puniti, pur essendo i mandanti di fatti delittuosi.
Al potere costituito – nel quale si erano intrufolati alcuni dei manutengoli, ritenute persone dabbene! -, faceva comodo indicare quei rivoltosi come delinquenti comuni.
Il liberale era, agli occhi dei Borbone, un “brigante”, perché voleva “sovvertire l’ingiusto ordine costituito”, così il calabrese, che si ribellava ai Savoia, perché li bollava come traditori. Il rivoltoso, perciò, non poteva essere altro che delinquente. In altre realtà era ritenuto un eroe: vedi il Cid campeador della Spagna.
Giovan Battista Falcone non era un delinquente, ma era un liberale e un socialista!
Li disser ladri, usciti dalle tane, / ma non portaron via nemmeno un pane. Mercantini è eloquente!
Il giovane che parte per combattere a Soveria Mannelli, canta alla sua ragazza, che può vederlo “ccu’ lu cerbùnu chjn’ ‘e zagarelli”, ossia col simbolo della Libertà addosso.
I fatti stanno così. Ognuno, poi, può continuarla a pensare come vuole.
Chi scrive, se ne avesse la forza e non fosse impedito dall’età, avrebbe indossato altro simbolo equivalente al cervone, perché si continua a bistrattare il Sud, dopo averlo sfruttato e depredato delle sue ricchezze a tutto vantaggio di altri.
Questo significa essere delinquenti o, piuttosto, protestatari contro palesi ingiustizie, che si vogliono far passare, in certi casi, come premi.
Giuseppe Abbruzzo















