Scuola vintage

Bata - Via Roma - Acri

Le recenti Indicazioni Nazionali per il curricolo Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione si presentano come un documento tecnico, neutrale, aggiornato al 2025.

In realtà raccontano altro. Si tratta di un progetto pedagogico conservatore, che propone un modello di scuola nostalgico senza un reale riferimento alla complessità contemporanea. Presenta presupposti ideologici incapaci di fare i conti con le trasformazioni sociali e culturali recenti. Al centro è il classico umanesimo personalista, presentato come verità pedagogica universale.

La “persona” è rappresentata come un’unità armonica di dimensioni cognitive, affettive e spirituali, e la scuola come luogo per “farla fiorire”. Un intento nobile ma in realtà una visione profondamente paternalistica in cui la scuola, anziché fornire strumenti critici è deputata a plasmare identità e coscienze secondo un modello predefinito.

Molto più che formare individui capaci di autonomia e senso critico, il documento vuole formare una “umanità regolata”, dove lo studente viene guidato, indirizzato e completato dall’adulto, come se non fosse già portatore di una soggettività piena e legittima.

Il riferimento alla “comunità educante” maschera una visione regressiva che assume la famiglia come alleato naturale della scuola, come se esistesse un modello familiare stabile, ordinato e uguale per tutte e tutti ignorando la realtà plurale e frammentata delle famiglie contemporanee, con il rischio di escludere o stigmatizzare quelle che non corrispondono al paradigma di famiglia indicato. Promotore di un comunitarismo moralistico richiama armonia laddove invece vi sono conflitti, divergenze culturali e fratture sociali che nel documento vengono sterilizzate o taciute.

Il “patto educativo” che il testo propugna immagina un mondo omogeneo dove le differenze non sono discusse, non sono negoziate e non sono riconosciute. L’esaltazione della figura dell’insegnante come magister conferma questa impostazione. L’autorità del docente viene evocata come fondamento insostituibile dell’educazione, quasi come se il problema della scuola fosse un eccesso di libertà studentesca da riportare all’ordine.

Si ripropone un modello gerarchico e verticalizzato, dove l’insegnante è il custode del Bene e il garante della Civiltà, mentre lo studente appare come un soggetto ancora privo di orientamento morale. In un’epoca che richiede cooperazione, negoziazione e partecipazione, si insiste invece sulla reverenza verso il maestro, citando persino massime latine per legittimare un’autorità che non si sa più come giustificare in termini pedagogici. La libertà viene reinterpretata come disciplina e non capacità di autodeterminarsi.

Questa concezione trasforma l’educazione in un meccanismo di normalizzazione con il risultato di un’idea di formazione più vicina al controllo sociale che alla crescita critica. La posizione sulla tecnologia è forse uno degli aspetti più rivelatori. Il documento la teme, la sorveglia, la riduce a minaccia.

La scrittura a mano, la lentezza, la pagina di carta vengono mitizzate come strumenti quasi salvifici, mentre il digitale è rappresentato come un pericolo per la coscienza e l’attenzione. Invece di insegnare un uso critico delle tecnologie, si sceglie la strategia più semplice: demonizzarle per difendere il ruolo dell’insegnante come unico mediatore legittimo del sapere. Valori come libertà, democrazia, dignità umana sono trattati come universali, ma attraverso una lente culturale che li identifica con la sola tradizione occidentale.

L’intercultura è citata, ma viene neutralizzata e le differenze vengono accettate ma solo se non disturbano il quadro valoriale dominante e unificante. La diversità è ammessa, purché non chieda di ridefinire il concetto di cittadinanza o di interrogare criticamente la presunta neutralità della cultura. Neppure l’enfasi sull’inclusione riesce a sfuggire a un’impostazione retorica.

La scuola è investita di un compito quasi messianico: trasformare fragilità in risorse, curare vulnerabilità, equilibrare disuguaglianze sociali. Una retorica che scarica sulla scuola tutti gli oneri per compensare le falle del sistema. L’educazione affettiva è annacquata.

A mio parere le recenti Indicazioni Nazionali non descrivono la scuola del futuro, ma tentano di restaurare un passato pedagogico nostalgico che nasconde una visione normativa e moralistica che fatica a confrontarsi con le sfide della società contemporanea. Le Indicazioni Nazionali si presentano come custodi del passato ma non interrogano il presente e non immaginano un futuro reale.

Assunta Viteritti

Bata - Via Roma - Acri

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

error: - Contenuto protetto -