Ciao Peppe
Scriverti oggi è uno dei gesti più difficili che ci siano, perché significa accettare che il tempo della tua voce si è fermato. Il 10 dicembre te ne sei andato, a 88 anni, con la discrezione che ti ha sempre accompagnato. Eppure, anche adesso, il tuo silenzio parla più di mille parole.
Per me non sei stato soltanto l’uomo di cultura, il giornalista, lo scrittore, lo studioso appassionato delle tradizioni popolari. Sei stato casa. Sei stato un punto fermo. Una presenza capace di rassicurare senza invadere, di guidare senza imporre. Un padre, un nonno, un suocero che ha saputo voler bene senza misura e con profondità. Ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscerti ancora adolescente, quando con pazienza e generosità mi ha insegnato a tenere la penna in mano, non solo da un punto di vista di stile e strutturale ma soprattutto ad usarla con rispetto, rispetto verso le persone e rispetto verso la verità.
Ti ricordo ancora seduta alla linotype a imprimere nel piombo i caratteri per poi comporre il cliché da mandare in stampa. Ricordo con quanto amore mi correggevi i primi articoli che ti inviavo: tu già un gigante ed io quindicenne che mi avvicinavo a questa fonte, che mi spiegava come dosare congiuntivi, come essere essenziali e tutto ciò che c’è da sapere prima di mettersi a scrivere un pezzo. Via via il rapporto è cresciuto e si è consolidato, fino a diventare un rapporto di famiglia. Il tuo atteggiamento è rimasto sempre lo stesso, prodigo di consigli, pronto sempre a donare e a confrontarti. L’assenza di superbia, l’estrema disponibilità erano tra le tue doti migliori, di cui intere generazioni hanno approfittato.
Acri è stata la tua scelta quotidiana. Qui hai vissuto, qui hai insegnato, scritto, discusso, ascoltato. Hai conosciuto le persone una per una, con rispetto autentico, senza mai sentirti superiore a nessuno. Chi si rivolgeva a te trovava sempre una porta aperta, una risposta onesta, una competenza offerta con umiltà e soprattutto disinteressatamente.
La Fondazione Padula perde non solo uno dei suoi fondatori ma anche uno di quelli che ha maggiormente contribuito alla conoscenza e alla diffusione della figura di Vincenzo Padula. Senza contare tutti gli altri autori che hai tirato fuori dall’oblio e ci hai permesso di conoscere. Mi viene in mente Vincenzo Talarico, mi viene in mente Biagio Autieri, mi viene in mente Giambattista Falcone e tanti tanti altri. La riscoperta di canti anonimi popolari, che hanno costituito poi la base per le canzoni rese famose dai “Cantannu cuntu”. E tutto questo sempre disinteressatamente, in maniera gratuita per puro amore e diletto.
La politica, che avevi abbracciato da giovane con passione e ideali limpidi, non ti ha mai allontanato da ciò che eri. Comunista per convinzione e per coscienza, sei rimasto sempre un uomo libero, mai settario, capace di dialogo. La figura di tuo nonno paterno, Filippo Giuseppe Capalbo, è stata per te determinante nella tua prima formazione, sia nel trasmetterti i principi di giustizia sociale, sia nell’imprimerti l’idea di politica come impegno per il bene comune, particolarmente per chi non ha voce e non ha forze. Anche quando hai ricoperto incarichi pubblici — consigliere e assessore comunale, consigliere provinciale — hai continuato a servire, non a servirti. E quando nel 1980 la Regione sfumò per una manciata di voti, non ti sei mai lasciato andare all’amarezza.
Hai continuato a fare ciò che sapevi fare meglio: pensare, scrivere, capire, restare fedele a te stesso. Tra le tue qualità c’era anche quella di non chiedere mai un voto per te stesso, se giravi per fare campagna elettorale giravi per il partito. Chi ti votava lo faceva perché ti stimava.
In famiglia eri il custode della memoria. Raccontavi il passato senza nostalgia sterile, ma con il desiderio di consegnarci radici solide. Non alzavi la voce, non giudicavi. Avevi il dono raro dell’ascolto e quello, ancora più prezioso, del silenzio giusto. Il tuo affetto non era rumoroso, ma profondo, costante, affidabile.
Oggi ci manca il tuo sguardo attento, la tua parola misurata, il tuo modo gentile di stare al mondo. Ci manca sapere che ci sei, anche solo per chiederci come stiamo o per ricordarci, con semplicità, ciò che conta davvero. La tua mancanza comincia a farsi sentire terribilmente, e lo sarà ancora di più nei prossimi giorni, quando non avrò nessuno da chiamare per un dubbio, una parola di supporto, un consiglio. Mi mancheranno le tue chiamate, i tuoi whatsApp, le tue email quando scrivevi qualcosa se me la facevi sentire.
Ma insieme al dolore sento una gratitudine immensa. Per ciò che ci hai insegnato senza mai voler insegnare. Per l’esempio di onestà, di coerenza, di rispetto. Per avermi mostrato che si può attraversare la vita con dignità, senza rinunciare alle proprie idee e senza perdere l’umanità.
Continuerò a parlarti nei ricordi, nei tuoi libri, nei racconti che passeranno di generazione in generazione. E proverò, ogni giorno, a essere all’altezza di ciò che ci hai lasciato.
Ciao Peppe, la terra ti sia lieve.
Ti voglio bene.
Massimo Conocchia














