Un singolare “etilometro” dei tempi andati
Un singolare “etilometro” dei tempi andati
Nell’Acri del secondo dopoguerra, disoccupazione, miseria, drammi che la guerra aveva creato, aveva ingigantito o aveva semplicemente cristallizzato, finivano per trovare un unico sistema di decantazione: l’alcool. Il vino era l’unico strumento che permetteva, per qualche ora, di dimenticare problemi vecchi e nuovi.
I luoghi deputati alla mescita e vendita al dettaglio del nettare di bacco erano diffusi un po’ovunque. In quei locali – spesso di fortuna, poco attrezzati e scarsamente rispondenti ai criteri minimali odierni di igiene – venivano annacquati e temporaneamente lasciati fuori tutti i motivi di malessere. In realtà, all’uscita, i guai non solo non scomparivano, ma se ne portavano dietro altri al rientro a domicilio, dove la perdita dei freni inibitori favorita dall’alcool permetteva a rabbia, malessere di venire fuori sotto forma di violenza consumata ai danni dei malcapitati familiari, colpevoli solo di esistere.
Non infrequentemente, la rabbia e la violenza si consumavano nell’incolpevole accettazione da parte di mogli e figli. Scenate, urla e botte facevano parte di un rituale, che si ripeteva quasi ogni sera e particolarmente nei giorni festivi, che culminavano nella forma più triste e drammatica.
Di queste scene, ne da una drammatica testimonianza nei suoi bellissimi versi l’amico poeta Francesco Curto, che in composizioni dense di pathos e sofferenza, descrive con coraggio e crudo realismo alcune scene di vita familiare che potremmo prendere a modello di un certo modo di essere. In una lirica stupenda, Francesco, nel vedere il padre morto, rievoca scene di vita quotidiana che hanno segnato la sua memoria, i suoi ricordi e la sua vita. Riteniamo le poesie di Curto quelle che danno uno spaccato migliore di alcuni anni e di determinate situazioni.
In un siffatto contesto, le forze dell’ordine, per fortuna non occupate in grosse vicende di malaffare, erano spesso coinvolte nel cercare di sedare situazioni familiari al limite. Ci fu, pertanto, un brigadiere che pensò di giocare d’anticipo e prevenire le violenze, mettendo in cella per la notte chi riteneva fosse sufficientemente ubriaco da non controllarsi una volta giunto a casa. Il metro di misura era abbastanza empirico: imbattendosi in qualche “sospettato” gli ordinava: “àza ‘ a gamma”.
Se il soggetto era nelle condizioni di reggersi su un solo arto, poteva ritornare a casa, diversamente sarebbe stato ospite della benemerita per la notte. In questo metodo sommario, si potevano eccepire facilmente alcuni limiti, tra cui l’età, la gonartrosi e la coxartrosi che avrebbe impedito a qualunque sobrio di reggersi su un arto solo.
Al netto, quindi, di queste approssimazioni, il sistema era, comunque, in grado di garantire una certa prevenzione. Una sera stava per farne le spese nostro padre, che pur non disdegnando bacco, non è mai stato violento né sgradevole ma un padre amorevole e affettuoso. Una sera d’autunno degli anni ’50, rientrando a casa, s’imbatté nell’integerrimo brigadiere, che gli impose la postura su un solo arto. Il test non era stato superato, per cui rischiava di essere portato in cella se non ci fosse stato il provvido intervento di un suo amico medico, che tranquillizzò lo zelante carabiniere e tutto finì bene.
Questo tipo di storie, che fanno parte di un passato ormai lontano, sono senz’altro una lente attraverso cui guardare meglio anni difficili nei quali le condizioni di vita, gli eventi, la disperazione trovavano uno sbocco in forme di dipendenze allora tutto sommato tollerate, fatte salve le degenerazioni che abbiamo descritto.
Massimo Conocchia














